Un Nobel all'Europa del «metodo Monnet»
La memoria, la paura e la speranza sono l'anima dell'attuale storia
dell'Europa. Il premio Nobel per la pace 2012 all'Unione europea è
soprattutto il riconoscimento a un'Europa non ancora sovrana, ma che
dopo tre guerre in 70 anni, con epicentri in Germania e Francia, a
partire dal 1945 è passata dalla storia delle passioni e degli atti
tragici a una convivenza post-storica, sostituendo alle tragedie barbare
della guerra una sorta di negoziato necessario alla coesistenza.
All'epopea
dei militari è subentrata quella, altrettanto pericolosa, dei mercati
della speculazione finanziaria, la quale sembra oggi rinverdire la paura
e disseppellire tragiche passioni della memoria in una crisi senza
speranza, che ha toccato soprattutto il Paese simbolo della civiltà
europea e dell'origine della democrazia, cioè la Grecia. Sulla
possibilità di un allontanamento della Grecia dall'Europa, val forse la
pena di paragonare l'attuale Unione europea all'Olimpo degli dei greci.
Cacciato Marte (Ares), il dio della guerra, l'Europa sembra invece oggi
caduta nel dominio di Mercurio (Hermes), il dio del commercio, delle
comunicazioni, «predone, ladro di buoi e ispiratore di sogni», come lo
descrive l'Inno Omerico a Hermes.
Quest'ultima crisi costituisce la miglior prova che dal '45 in poi si
sia presentata per la verifica del "metodo Monnet" sulla unificazione
europea. Jean Monnet, uno dei padri fondatori, aveva proposto di
procedere gradualmente con misure tecnocratiche di integrazione
economica, sicuro che queste avrebbero portato all'unificazione
politica, sia pur attraverso momenti di crisi, che egli considerava
"grandi opportunità di unificazione". Possiamo oggi tranquillamente
affermare che l'Europa e i Trattati nascono soprattutto dalla paura di
crisi devastanti.
Dagli anni Quaranta agli anni Settanta del secolo
scorso, la spinta all'integrazione fu dovuta soprattutto alla guerra
fredda e alla necessità di contrastare la minaccia sovietica, richiamata
continuamente dalla presenza dell'Armata Rossa nella Germania dell'est e
nella Berlino divisa. La spinta successiva, è bene ricordarlo, fu
quella che culminò nella caduta del muro di Berlino nell'89 e portò alla
conseguente riunificazione delle due Germanie nel Novanta, con la
spinta decisiva di Mitterrand verso il completamento della Comunità
economica europea e del Mercato unico, che potesse annullare in una più
unita Europa gli storici istinti tedeschi al dominio.
La storia dell'Europa non sarà mai abbastanza riconoscente al
Cancelliere Kohl, europeista convinto, che lottò per un'Unione
monetaria, che fosse tuttavia inserita in un'Unione economica e
politica. Il Trattato di Maastricht del 1992 porta peraltro a una
conclusione della sola Unione monetaria, con la conseguente creazione
nel 1998 della Bce e nel 1999 dell'euro come moneta unica. Se dunque
Marte è stato definitivamente debellato, Mercurio ha avuto il
sopravvento. Ciò è dimostrato dallo squilibrio tra il successivo
andamento di chi è riuscito, come la Germania, ad approfittare della
moneta unica ed a creare un'economia stabile, rispetto ad altri Paesi
dove un'economia meno austera e meno controllata ha provocato debiti
pubblici nella concomitanza di una dirompente globalizzazione e di un
capitalismo liberista e senza regole.
È così, poi, che tedeschi e francesi, come ha sottolineato Peter
Sloterdijk, si sono di fatto sempre più allontanati gli uni dagli altri,
da un punto di vista culturale, psicologico, e politico, mentre la loro
coesistenza e la loro amicizia hanno trovato conferme a livello delle
relazioni ufficiali. Non pare a me, infatti, un caso, che pur dopo il
Trattato di Roma, l'8 giugno 1962, i due grandi uomini di Stato, Charles
de Gaulle e Konrad Adenauer assistettero insieme nella Cattedrale di
Reims alla Messa di riconciliazione che anticipò il Trattato di amicizia
franco - tedesco. Il cinquantenario del 2012 ha visto l'incontro tra il
Presidente Hollande e la Cancelliera Merkel, che contrariamente a
quanto avevo auspicato su queste colonne, è caduto nell'indifferenza
generale e in una cerimonia di assoluta vacuità, certamente indegna di
un Giubileo.
L'attuale crisi - che sta rendendo la Germania, sia pur
timorosa che la caduta dell'euro metta a repentaglio la sua intera
economia, e che poi ancora una volta essa venga accusata di distruggere
l'Europa - viene tuttavia aggravata dallo stesso predominio tedesco
sulle decisioni europee. Come ha ampiamente documentato in un articolo
del 6 ottobre l'Economist, la Bundesbank, contrastando gli sforzi della
Bce, sembra pronta ad accettare qualche soluzione di maggior controllo
europeo sui sistemi bancari e interventi in aiuto dei debiti pubblici
degli Stati più travolti dalla crisi, alla condizione che le regole
vengano dettate in Europa dalle autorità tedesche. Così come vogliono
anche il Parlamento e la Corte Costituzionale. Il tutto in aperto
contrasto con il desiderio di Thomas Mann, che auspicava: «non un'Europa
tedesca, ma una Germania europea».
La memoria e la paura aumentano la crisi. Ne è un'angosciante prova
il falò di bandiere naziste ad Atene durante la visita della Cancelliera
Merkel, nonché la sfilata di lavoratori in uniforme nazista. La stolta
politica di austerity, oltre a costituire una catastrofe per l'intera
Europa, ivi compresa nel medio-lungo periodo la stessa Germania, ha
aggravato la depressione e ha allontanato soprattutto le giovani
generazioni non solo dall'ideale europeo, ma dalla stessa politica, come
dimostrano gli Indignados spagnoli, e purtroppo le stesse
manifestazioni studentesche italiane di fronte ai tagli all'istruzione.
Il ritorno della paura, il lento disgregarsi delle democrazie, inducono a
riprendere l'opinione di Jean Monnet, che solo le crisi sono dei grandi
strumenti di unificazione. In questo senso va accolto il messaggio
straordinario all'Europa dato dal Comitato dei Nobel, che può costituire
uno spunto di mobilitazione nelle élite culturali e politiche e nei
popoli dell'Unione Europea, sicché l'unificazione, sempre più alimentata
da concrete speranze, porti a riconsiderare centrale, come qualche
segnale lo fa pensare, la lotta alla speculazione finanziaria e
l'abbandono del credo esclusivo ed insensato alle sole politiche di
austerity. Che la speranza europea provenga da Paesi del Nord,
certamente non bisognosi della solidarietà europea è un grande stimolo e
un auspicio di singolare ottimismo, in un periodo nel quale solo le
parole e non i fatti paiono essere di segno positivo. In questa delicata
fase della politica italiana e in attesa di vicine democratiche
elezioni è un programma e una mobilitazione che i partiti politici non
possono ignorare.