giovedì 23 marzo 2017

Il diktat del Debito


Questo è un uomo che governa la cosidetta crisi finanziaria,la crisi del grande Capitale mai saturo, fatta pagare a lavoratori, pensionati, giovani.
Joen René Victor Anton Dijsselbloem (Eindhoven, 29 marzo 1966) è un politico olandese membro del Partito del Lavoro (PvdA).Dal 15 novembre 2012, Dijsselbloem è Ministro delle finanze e fa parte del secondo governo guidato dal premier Mark Rutte. Dal 21 gennaio 2013 è anche il presidente dell'Eurogruppo, il comitato dei ministrier delle finanze dell'eurozona, costituita dagli stati dell'Unione europea che hanno adottato l'euro come moneta ufficiale, succedendo nell'incarico a Jean-Claude Juncker.
Il 1º febbraio 2013 ha guidato la nazionalizzazione dell'ente finanziario olandese SNS Reaal, prevenendone la bancarotta Gli azionisti e creditori sono stati espropriati dei titoli senza compensazione e le altre banche nazionali hanno dovuto contribuire al salvataggio con cifre fino a un miliardo di euro.
Nel marzo 2013 Dijsselbloem è stato a capo dei negoziati per la gestione della crisi finanziaria di Cipro, nella condotta della quale si è attirato critiche per aver creato un precedente, forzando il prelievo dai depositi bancari come parte del salvataggio delle banche. A commento della sua scelta ha dichiarato "Sono abbastanza fiducioso che i mercati vedranno questo come un approccio ragionevole, molto contenuto e diretto, invece di un approccio più generale ... obbligherà tutte le istituzioni finanziarie, così come gli investitori, a pensare ai rischi che corrono, perché ora dovranno rendersi conto che si può anche far loro del male."
Ha dichiarato intorno al 24 marzo 2013 al Financial Times e alla Reuters che il salvataggio di Cipro è stato un modello per la risoluzione dei rischi di bancarotta per i sistemi bancari, ma il 26 marzo 2013 si è contraddetto dichiarando che Cipro non è stato un modello.
Dall'inizio del 2015, è impegnato nelle trattative per la gestione della crisi del debito greco e ha respinto nel mese di febbraio la richiesta del ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis di indire una conferenza tra tutti i paesi europei per la ristrutturazione del debito, rivendicando la gestione delle trattative al solo eurogruppo che presiede.
Nel marzo del 2017 ha una vasta eco, producendo molte proteste, un'intervista al Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) in cui, riferendosi agli Stati dell'Europa Meridionale, dice: «Non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto».
In seguito ha rifiutato di chiedere scusa per i suoi commenti,provocando una tempesta di reazioni.
Questo è un componente del Partito del Lavoro! E'chiaro che è già avvenuto , in forma più subdola e nascosta, la metamorfosi di questi Partiti come un secolo fa circa in Germania ecc.

martedì 21 marzo 2017

21marzo.Marcia regionale antimafia a Verbania

Verbania ha ospitato una manifestazione di gioventù, fisica o di animo,di coscienza...libertà, dalla Sicilia al Piemonte, libertà da tutte le mafie di qualsiasi forma, libertà dal debito...



sabato 18 marzo 2017

Fatti schiavi col DEBITO

Avvenire, 14 marzo 2017
Fatti schiavi col DEBITO
INTERVISTA
A colloquio con i l filosofo francese MARTIN.
E’ lo strumento col quale la finanza globale sottomette le nazioni e le singole persone nell’assenza sempre più sconcertante degli Stati


venerdì 3 marzo 2017

Don Milani o la professoressa? Due articoli a confronto

RILEGGERE DON MILANI
Io sto con la professoressa
·         –di Lorenzo Tomasin 

·         26 febbraio 2017

www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-02-24/io-sto-la-professoressa-180752.shtml?...
1.      
Rileggo, a cinquant’anni dalla pubblicazione, la Lettera a una professoressa firmata dai ragazzi di Barbiana che si raccolsero attorno a don Lorenzo Milani: il priore moriva il 26 giugno di quello stesso 1967, poco più che quarantenne, e veniva sùbito laicamente santificato da chi voleva farne, senza consultarlo, un ispiratore delle imminenti rivolte, elevato grazie anche a quella Lettera agli altari novecenteschi della contestazione. Ogni rivoluzione del resto ha il suo cappellano, di solito cattolico: quella francese ebbe l’abbé Grégoire, prete e persecutore.
Don Milani e i suoi contadini – ossia poveri, come li si chiamava nel linguaggio della scuola rurale di Barbiana, con termine che copriva indistintamente l’indigenza materiale e quella intellettuale, confondendo l’una con l’altra – presentavano in quel libriccino il programma di una scuola che si voleva inclusiva, democratica, rivolta non tanto a selezionare quanto ad accompagnare verso un livello minimo d’eguaglianza garantita, rimuovendo le differenze derivanti da censo e condizione sociale. Nobili ideali, senza dubbio, destinati a influenzare nei decenni successivi la scuola italiana, in cui molte delle raccomandazioni di don Milani e dei suoi ragazzi trovarono realizzazione talora puntuale, ben al di là – forse – delle loro stesse aspettative. Dalla sostituzione delle vecchie e inutili materie letterarie (a partire dall’inutilissima storia antica e dalla perfida poesia dei classici) conl’educazione civica e con la storia d’oggi; dalla cacciata della grammatica intesa come strumento d’oppressione all’abolizione di ogni forma di giudizio che distingua tra più bravi e meno bravi; dalla soppressione de iure o de facto della bocciatura – di ogni bocciatura – all’adeguamento del sistema educativo al passo dei più lenti. Sono tutti principî notissimi, e variamente giudicati e giudicabili, anche perché condizionati dal modo in cui volta a volta li si è applicati (di solito male; spesso peggio). Sarebbe fin troppo facile, e ingenerosamente sadico, osservare che la scuola prefigurata dallaLettera a una professoressa è giust’appunto quella che oggi tutti deprecano, avendola scoperta se possibile peggiore di quella che l’aveva preceduta, perché capace di creare, nel suo sgangherato egalitarismo, disparità e ingiustizie ancor più gravi di quelle imputate all’odiosa vecchia scuola. Intanto, al santino di don Milani, che considerava la professoressa privilegiata e persino strapagata, occhieggiano oggi i rappresentanti del corpo docente peggio pagato e peggio considerato dell’Occidente.
Ma che cos’era, poi, la vecchia scuola?Rileggendo la Lettera oggi, ciò che più colpisce non è tanto quel che impressionava forse i primi lettori: quel che allora pareva innovativo e progressivo sembra oggi logoro e semplicemente travolto, o meglio bocciato, dal corso precipitoso – ma forse non del tutto imprevedibile, né inevitabile – degli eventi. No, non è questo il punto. Ciò che impressiona oggi è il risentimento che anima quelle pagine, e che allora poteva essere inteso come riflesso dell’entusiasmo ribelle. Ma ormai appare solo come la manifestazione di una pervicace abitudine italiana a fare di odio e invidia la base di ogni ragionamento. Quella lanciata contro l’anonima professoressa (anonima sì, ma ben delineata sociologicamente e ritratta nella sua placida e detestata vita familiare, nel suo andare in vacanza al mare, nel suo frequentare i ritrovi degli intellettuali e persino le federazioni comuniste, in alternativa alla chiesa del paese) è una vera e propria lapidazione. La colpa dell’insegnante, agli occhi dei ragazzi di Barbiana, è di essere la ligia e ben retribuita esecutrice di un complotto scientemente ordito dal Sistema. Un complotto che, come si ripete tante volte nella lettera, mira a ingannare i poveri e i contadini. Seingannare è ormai parola fin troppo ricercata (grazie all’intervenuto bando della lingua letteraria), se i contadini non esistono più e poverio impoveriti sono tutti, l’accusa di ingannare i poveri si traduce semplicemente, nel linguaggio oggi più usuale in Italia, in quella difregare la gente. In quel verbo, che i ragazzi di Barbiana non usano perché nel 1967 non si era ancora liberato dai ricordi squadristi che vi aleggiavano, ma che è davvero difficile sostituire con qualsiasi sinonimo: in quel verbo, e nell’etica che vi è sottesa, sta quanto di profondamente italiano – e purtroppo attuale – c’è nella Lettera a una professoressa. È l’idea che ci sia uno Stato, una scuola, una società, in una parola, un Sistema di cui si parla in terza persona, il cui preciso fine è quello di fregare, appunto, un noi in cui s’includono tutti coloro che, almeno pro tempore, lottano per il disvelamento del grande inganno (e perciò sono esenti da qualsiasi colpa). Nel frattempo, in attesa di passare da fregati a freganti, giacché tertium non datur, prendono per il ciuffo e linciano la professoressa – e, nella Lettera, i laureati in genere : memorabile il passo in cui si lamenta il fatto che «le segreterie dei partiti a tutti i livelli sono saldamente in mano ai laureati». A rileggerlo oggi c’è da ridere fino alle lacrime.
La buona fede della professoressa è un’aggravante, comunque difficile da accettare. Meglio credere che l’azzimata docente sia ben informata del complotto, e lo avalli in coscienza, d’accordo col dottore e colgiudice di cui è sposa fedele (così la Lettera). Crederlo renderà più gustosa la sassaiola. La colpa, in fondo, è sempre della professoressa, ultimo ingranaggio del «carro armato» costruito dai ricchi (alias fascisti, aliasdottori,aliasPierino, nel linguaggio della Lettera) per schiacciare i poveri, alias contadini, alias Gianni, eroe degli ultimi di Barbiana, pronti a diventare i primi con rapidità ben poco evangelica. Già, perché nell’arco di pochi anni ricchi e poveri saranno indistinguibili, e finiranno per scambiarsi le parti in un balletto che avrebbe fatto girar la testa al curato del Mugello. Potenti diverranno gl’incensatori dell’altarino di don Milani, mentre gli odiati laureati, lungi dall’accaparrarsi laticlavi e ministeri (distribuiti con altri imperscrutabili criteri), faranno la coda per un posto da lavapiatti. Ma è così che i primi saranno ultimi? Ah che rebus! A restare al suo posto sarà solo la professoressa, composta donna d’ordine che ieri bocciava troppo e oggi nemmeno può, anche volendo: ieri come oggi, sotto la gragnuola d’insulti di chi la vuole responsabile di tutti gli analfabetismi, capro espiatorio di ogni delitto. Mi fa una tenerezza. Sarà anche per questo che, in barba ai lapidatori seriali, ai curati ribelli e ai loro chierichetti, ai cercatori di complotti e ai pubblici predicatori, non so che farci: quasi per istinto, io sto con la professoressa.



Sul "Domenicale" del Sole 24 Ore stroncatura di Tomasin che ha per vero bersaglio De Mauro. Misconoscendo la lezione del prete di Barbiana

Per il centenario della pubblicazione di un libro che ha fatto storia, il “Corso di linguistica generale” di Ferdinand de Saussure, Lorenzo Tomasin ha scritto una mezza stroncatura sul “Domenicale” del Sole 24 Ore del 6 gennaio. Per i cinquant’anni delle “Lettera a una professoressa” di don Milani, lo stesso Tomasin ha scritto una stroncatura intera, sempre nel “Domenicale”, il 26 febbraio scorso, col titolo: “Io sto con la professoressa”. Il “Corso” di Saussure è l’opera che fonda la linguistica moderna. Tutto quanto di buono si è ricercato e scritto in linguistica negli ultimi cent’anni ha i suoi presupposti in Saussure, in particolare nella dicotomia sincronia: diacronia, di cui Tomasin ha messo in dubbio la validità. Il grande mediatore del pensiero di Saussure, è stato Tullio De Mauro che ha introdotto, tradotto e commentato il “Corso”, opera problematica perché non scritta dall’autore ma confezionata dagli allievi Charles Bally e Albert Sechehaye. Non solo in Italia, ma in molti altri paesi il Corso di Saussure si legge oggi con l’apparato di De Mauro.
Non dubito che Tomasin tenga qualche freccia pronta nel carniere da tirare al primo anniversario utile su De Mauro. Per adesso ha tirato un po’, ma solo un po’ a lato, ha tirato su don Milani. Tullio De Mauro, oltre che esegeta di Saussure, è stato il linguista del Novecento che più ha fatto per far conoscere il pensiero di don Milani, lo ha condiviso, ne ha fatto un’insegna, ha aperto con un grande, ispirato ritratto di don Milani il suo libro “Le parole e i fatti”, 1977. Lorenzo Tomasin, dice, ha riletto don Milani, “Lettera a una professoressa”. L’ha letto con un occhio al presente e l’altro al 1968, l’anno della contestazione generale.
“Lettera a una professoressa” è stato il libro più letto dai Sessantottini, più di Marx, più di Marcuse. Sarà per colpa sua, suppone Tomasin, che adesso siamo ridotti come siamo ridotti, convinto com’è che il ’68 sia all’origine di tutti i nostri mali, scolastici, soprattutto, e sociali. Il libro del priore di Barbiana e dei suoi scolari ha un soggetto ristretto e specifico: tratta dellebocciature che colpiscono i figli dei contadini alla scuole elementari, alle medie e dopo, e che facevano sì che, anche dopo l’istituzione, nel 1962, della Scuola Media Unica, la scuola italiana si potesse definire una scuola di classe, cioè non una scuola per tutti, ma la scuola della borghesia. Il libro ha forma di brevi lettere dei ragazzi alla professoressa che li aspetta alla scuola media a Firenze, pronta a bocciarne una buona parte. Assistiti dal Priore, armati di statistiche del Censis, i ragazzi scoprono i numeri e ci ragionano su bravamente. Quello che non fanno loro lo farà poco più tardi non un ragazzo di campagna, ma un primo della classe, sempre promosso (ma non ai concorsi universitari), De Mauro.
Leggiamo questa parabola da “Lettera a una professoressa”: «Non bocciare. Al tornitore non si permette di consegnare solo i pezzi che son riusciti. Altrimenti non farebbero nulla per farli riuscire tutti. Voi [i professori] invece sapete di poter scartare i pezzi a vostro piacimento. Perciò vi contentate di controllare quello che riesce da sé per cause estranee alla scuola». Don Milani è convinto che “Pierino del dottore”, figlio della borghesia, sia sempre promosso non per quello che impara a scuola, dove, certo, è uno scolaro attento, ma per quello che già sa da casa, come figlio di gente istruita. Gianni, figlio di contadini (ce n’erano quasi due miliardi nel pianeta, hanno calcolato i ragazzi sulle statistiche mondiali), è bocciato perché “non ha la lingua”, premessa necessaria per ogni apprendimento. La famosa professoressa si giustifica: lei ha promosso chi sapeva, bocciato chi non sapeva. Dicono i ragazzi di Barbiana: avrebbe dovuto fare come il tornitore coi pezzi che non volevano riuscire, lavorarci fino a poter mostrare rifiniti bene anche quelli!
Don Milani parlava di “poveri” e di “ricchi”, di “città” e di “campagna”, di dottori e di contadini. Un mondo diviso in due. Negli ultimi cinquant’anni il mondo è cambiato, dicono alcuni, più che nei venti secoli precedenti. Le classi sociali si sono rimescolate. Non possiamo più vedere il mondo con gli occhi di don Milani e dei suoi ragazzi, ma non possiamo nemmeno credere che le ingiustizie che li offendevano e li rivoltavano siano scomparse dalla faccia della terra. La prassi educativa moderna prevede ormai in tutti i paesi avanzati che la scuola non perpetui, ma cerchi di compensare la distanza tra i punti di partenza tra i bambini della diverse classi sociali. Prevede che ci siano statistiche sulla promozione sociale. Prevede pratiche speciali per i disabili. Sull’apprendimento della lingua da parte dei figli dei migranti si discute sui giornali, mentre di quella dei figli dei contadini fino a don Milani non ne parlava nessuno. In questo mondo nuovo, i problemi suscitati da don Milani non sono scomparsi. La sua voce chiama ancora, non più nel deserto. Ma Tomasin preferisce la professoressa.
Lorenzo Renzi
Accademia della Crusca


giovedì 2 marzo 2017

martedì 21 febbraio 2017

Diem 25


INTERVISTA

Varoufakis: "Sinistra, svegliati: anche in Italia si può"

L'ex ministro greco presenta il suo movimento europeo, Diem 25, appena lanciato a Roma: «Usciamo dalla tenaglia tra establishment e nazionalismi di destra. Serve una grande coalizione progressista, fondata su un manifesto di proposte su temi concreti: dalle disuguaglianze alla finanza»

DI ALESSANDRO GILIOLI


Varoufakis: Sinistra, svegliati: anche in Italia si può
Yanis Varoufakis

Due anni fa Yanis Varoufakis - già docente universitario di economia in Grecia e negli Stati Uniti - diventava ministro delle Finanze del suo Paese. Un anno e mezzo fa si dimetteva, dopo aver vinto il referendum. E un anno fa fondava il suo movimento politico,Diem25 , acronimo che invita a “cogliere l’attimo” ma che sta anche per Democracy In Europe Movement, con il 2025 come data entro la quale realizzare l’obiettivo di «democratizzare l’Europa». Adesso, quasi in sordina, Diem25 è arrivato in Italia, con la sua prima assemblea a Roma, il 7 gennaio scorso.
Varoufakis, che cos’è Diem?
«È la migliore chance esistente per salvare l’Europa, europeizzando alcuni problemi giganteschi che non possono essere risolti a livello di Stati nazionali: dalla povertà in crescita al debito, dalla crisi degli investimenti alle banche, fino alle migrazioni. Ed è l’unica alternativa per evitare che si ripeta lo scenario che si è verificato negli anni ‘30».
In che senso?
«Tutto quello che è successo nel 2016 - la Brexit, la crisi della Ue, la rivolta dei ceti medi contro l’establishment, l’avanzata di nuovi fascismi - ha le sue origini nel 2008, che è stato il 1929 della nostra generazione. Come allora, è scoppiata una crisi deflazionistica che ha messo in ginocchio il sistema politico esistente e ha frustrato le aspirazioni della classe media e mediobassa, mentre la caduta della legittimazione democratica ha aperto la strada ai nazionalismi. Negli anni ‘30 i progressisti non sono stati capaci di creare una coalizione transnazionale per opporsi all’internazionale dei reazionari e dei fascisti. Ora noi abbiamo il compito di riuscire dove i nostri predecessori hanno fallito».
Sembra un po’ difficile lanciare un movimento europeista mentre l’Europa gode di una reputazione così bassa...
«Dipende da cosa si intende per europeista. Oggi per essere davvero europeisti bisogna opporsi alle istituzioni ufficiali europee. Vede, io ho passato la maggior parte della mia vita - e credo che molte persone di sinistra in Italia abbiano fatto lo stesso - opponendomi al governo del mio Paese quando prendeva decisioni sbagliate: era un dovere patriottico, vale a dire che come patriota avevo il dovere di oppormi al mio governo. Allo stesso modo, oggi, proprio perché sono europeista ho il dovere di oppormi all’Eurogruppo, alla Commissione europea e alla Troika. E di proporre soluzioni diverse per affrontare la crisi strutturale nella quale siamo entrati».
Siete favorevoli o contrari all’uscita dall’euro?
«Non c’è alcun dubbio che l’euro sia stato una pessima idea e sia un terribile sistema monetario. Ma c’è una grande differenza tra la situazione in cui non era stato ancora creato e quella in cui esiste già: eliminare oggi l’euro, o uscirne, purtroppo non ricrea la condizione precedente la sua entrata in vigore. Ora che c’è, la cosa realisticamente più utile che possiamo fare è cambiarne l’architettura, aggiustarlo radicalmente. Ma allo stesso tempo è importante avere un piano appropriato per gestire la sua eventuale disintegrazione se non si riesce a cambiarlo in tempo. Dobbiamo essere un po’ sofisticati nel nostro modo di affrontare la questione dell’euro, non semplicisti. E dobbiamo anche capire che non serve aggredire il sintomo, ma le cause di quel sintomo».
Siete un movimento di sinistra?
«Lo scopo di Diem è quello di creare una coalizione tra progressisti che capiscono come l’unica risposta realistica alla crisi dell’Europa (e di ciascun Paese d’Europa) consista nel cambiare le politiche dell’establishment: sia quello europeo sia quello di ciascuno Stato. Per fare questo abbiamo bisogno di marxisti, socialisti, progressisti, liberali e perfino di conservatori illuminati (“progressive conservative”). La sinistra non è, da sola, in condizioni di offrire le infrastrutture per dare una risposta con cui combattere le cause di questa crisi».
Come vi rapportate ai partiti di sinistra esistenti, sia quelli socialisti sia quelli più radicali?
«Proponendo loro i nostri contenuti, il nostro manifesto : il Green New Deal, che è un programma politico con molte idee concrete sulle cose da fare in termini di investimenti,  debito pubblico, welfare, povertà, banche etc. Adesso, per esempio, lo stiamo proponendo in Francia ai candidati alle presidenziali chiedendo se sono d’accordo e su quali punti, e che cosa propongono in alternativa quando non lo sono. Sulla base delle risposte  giudicheremo i candidati. Lo stesso facciamo in altri Paesi e talvolta abbiamo già trovato ascolto, dalla Spagna (dove il sindaco di Barcellona Ada Colau è un'iscritta a Diem) fino al Labour inglese».
Le piace Jeremy Corbyn?
«Oggi, grazie a Jeremy Corbyn, il Labour ha molti più militanti che qualsiasi altro partito socialista europeo, compresi il Pd italiano e l’Spd tedesco. Il partito stava morendo e lui lo ha rivitalizzato riportando i cittadini all’attivismo politico. È stato un soffio di aria fresca ed è un’opportunità per combattere sia i populisti nazionalisti di destra sia l’establishment economico».
Che cosa pensa di Matteo Renzi?
«Renzi ha gettato il capitale politico che aveva fino a tre anni fa cercando di combinare due cose che non possono stare insieme: una è la sottomissione all’establishment negli atti politici concreti, sia in Italia sia in Europa; l’altra sono le continue lamentele e le  dichiarazioni di ribellione verso l’establishment stesso. Il risultato di questo comportamento incoerente è stato la perdita del suo capitale politico».
E del Movimento 5 Stelle cosa pensa?
«Il successo del Movimento 5 Stelle è il risultato dello spettacolare fallimento della sinistra nell’interpretare il disagio sociale e la perdita di fiducia nei confronti dell’establishment. Anche qui, qualcosa di simile al fallimento della sinistra negli anni 30. Vede, in Italia (come in quasi tutti gli altri Paesi europei) c’è stata  a lungo una falsa conflittualità tra il centrodestra e il centrosinistra: una contrapposizione che è stata solo a parole, o per la conquista del potere, ma che non comportava una vera differenza in termini di scelte politiche. Questo falso dualismo ha creato un grande vuoto, nel quale è emerso il Movimento 5 Stelle. Il M5S ha interpretato l’opposizione a questo stato di cose, anche se non è ancora chiaro come poi questa “opposizione alle cose” si trasformi in una “posizione sulle cose”. Non mi sembra, ad esempio, che abbia ancora costruito un solido manifesto di idee, una piattaforma strutturata di visione e di obiettivi sociali, anche se mi rendo conto che è un movimento “work in progress”. In ogni caso, credo che commetta un errore di base, comune peraltro anche ad alcuni partiti di sinistra in Europa».
Cioè?
«Cercare risposte nazionali a problemi transnazionali. La mia convinzione è che, anche in Italia, alla fine la soluzione non verrà da movimenti che cercano risposte su base nazionale. E i problemi dell’Italia sono profondamente europei, a partire dalla sua stagnazione economica. Così non avrebbe senso affrontare il cambiamento climatico su base nazionale, allo stesso modo non si può cercare una soluzione nazionale a problemi internazionali come la crisi delle banche, gli effetti negativi della globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, l’esternalizzazione delle produzioni, la riduzione dei salari e del welfare. Sono tutte questioni che nessun Paese può risolvere da solo, che hanno bisogno di essere europeizzate. E bisogna combinare questa europeizzazione  con l’aumento della democrazia locale e dell’attivismo sociale a livello municipale, regionale, e statale. Questa è la nostra sfida, quella che stiamo lanciando e per la quale ci rivedremo in un evento pubblico a Roma, quando i capi di stato e di governo europei verranno a celebrare il 60° anniversario di un’Unione che con le loro politiche stanno distruggendo».
Diem si presenterà alle elezioni?
«Intanto mi lasci dire che siamo un movimento europeo vero, non una federazione di partiti nazionali: ogni decisione viene presa dai nostri iscritti (al momento circa 40 mila) attraverso una consultazione on line a cui si vota ugualmente  in tutti i Paesi. Ad esempio, sul referendum costituzionale italiano per prendere una posizione abbiamo ascoltato con attenzione i pareri dei nostri iscritti italiani, che conoscevano meglio la questione, ma poi abbiamo votato ugualmente tutti, dalla Spagna alla Croazia. Per quanto riguarda gli appuntamenti elettorali, a noi interessano i contenuti, le proposte, le idee per affrontare la crisi. Quindi valuteremo in ogni Paese se ci saranno interlocutori che facciano proprie le nostre proposte o se si renderà necessario un nostro impegno diretto. In ogni caso, senz'altro troviamo necessario l'emergere di veri partiti europei».
In Italia i partiti di sinistra non mancano, piccoli e divisi tra loro. Perché Diem non dovrebbe fare la stessa fine?
«Primo, noi abbiamo ben presente che se diventassimo un gruppo d’élite o di ceto polito, ci suicideremmo: vogliamo andare nella direzione  opposta, cioè parlare alle persone, anche a quelle che non hanno mai fatto politica, sulla base delle nostre proposte e di quelle che emergeranno nel lavoro comune. Secondo, il nostro obiettivo è il contrario dell’atomizzazione identitaria: è una grande coalizione tra progressisti di diversa estrazione, in opposizione sia all’establishment economico sia alle reazioni nazionalistiche come quelle dei vari Le Pen, Trump, Farage, Orbán o Kaczyński. Non vogliamo essere un ennesimo partito di sinistra, ma offrire alla sinistra la possibilità di tornare a essere rilevante facendo parte di un movimento più ampio e nel quale c’è un cambiamento di prospettiva e nel modo di pensare».

giovedì 16 febbraio 2017

Sulla crisi dell'euro

L'uomo che  punta ad essere ambasciatrice di Donald Trump per l'Unione europea ha detto che la Grecia sta contemplando il proposito di lasciare  l'euro a favore del dollaro.
Secondo la trascrizione di un colloquio tradotti con il greco ekathimerini.com sito di informazione locale online, il professor Ted Malloch avrebbe  affermato che economisti greci stanno pensando alle  banconote degli Stati Uniti, se il Paese volge le spalle sulla moneta unica europea in una mossa che manderebbe  "fuori di testa" in Germania.
L'ambasciatore punta di Trump verso l'UE dice che l'euro potrebbe crollare
Egli ha detto: "So che alcuni economisti greci che si sono spinti a condurre gruppi di riflessione negli Stati Uniti per discutere di questo tema e la questione della dollarizzazione.
"Un tale argomento, naturalmente, spaventa i tedeschi, perché in realtà non vogliono sentire tali idee."
Malloch ha aggiunto che una "Grexit" sarebbe la migliore scelta per i  greci come la situazione attuale è "insostenibile".
Malloch, un stridulo Brexiteer, ha indicato di non essere a favore  di Bruxelles in diverse occasioni.
All'inizio di questo mese, in un'intervista a Bloomberg, il sig Malloch ha detto che non voleva parlare a nome del popolo greco, ma "penso che ci sia probabilmente - dal punto di vista di un economista - una forte ragione perché  la Grecia si allontani dall’ Euro."


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