sabato 7 novembre 2015
lunedì 2 novembre 2015
Il Mausoleo Cadorna
Caro Montanelli, Nato agli inizi di questo secolo e interessandomi agli eventi storici del nostro Paese ho cercato di approfondire le mie conoscenze sulla famiglia Cadorna miei concittadini di Pallanza, soprattutto sul conte Luigi Cadorna maresciallo d'Italia che riposa nel grande mausoleo sul lungolago. Su questo personaggio ho raccolto giudizi contrastanti alle volte aspri specie in merito al disastro di Caporetto che lo vide sconfitto. Mussolini lo riabilito' e gli fece erigere il mausoleo, gli ex combattenti con Delcroix, gli donarono una villa a Pallanza ove di tanto in tanto risiedono i discendenti. Qual e' il pensiero dello storico Montanelli? Romano Bava, Verbania Pallanza
Caro Bova, Naturalmente non posso, in cosi' breve spazio, pretendere di ricostruire una figura complessa e controversa come quella di Luigi Cardorna. Posso soltanto riassumere l'idea che me ne sono fatto studiando documenti e memoriali. Come carattere, un cristallo, di cui possedeva anche la durezza. Militare, anche per tradizione di famiglia, dalla testa ai piedi, aveva della disciplina un culto che lo portava a sottovalutare, anzi a ignorare i risvolti umani, e quindi anche le debolezze, dei suoi sottoposti. Considerava ufficiali e soldati come dei robot da valutare e misurare solo sul metro della piu' rigorosa disciplina. Quando fu investito, nel '15, del supremo comando, pose una condizione: che nessuno v'interferisse, nemmeno il Re, cui pure era riconosciuta dalla Costituzione la qualifica di capo di tutte le Forze Armate. Quanto alla politica, non solo la ignorava, ma la disprezzava profondamente, e fin dal primo giorno - 24 maggio del '15 - si considero' in guerra non soltanto con l'Austria, ma anche col governo di Roma, di cui non voleva ricevere nemmeno gli emissari. Di capire la psicologia e gli stati d'animo dei soldati non si curo' mai, ne' mai si rese conto che quelli italiani, del tutto privi - eccettuati i suoi piemontesi - di tradizioni militari, non potevano essere trattati come quelli austriaci e tedeschi. Quando, nel '16, fu colto di sorpresa dalla famosa strafexpedition di Conrad (da non confondere con Caporetto che sopravvenne l'anno dopo) che travolse il nostro schieramento e porto' gli austriaci a trenta chilometri da Vicenza, Cadorna, dopo aver tamponato la falla (e li' si dimostro' uomo di polso), compi' anche lui una strafe, un castigo, contro i propri uomini, facendo fucilare tutti coloro che avevano gettato le armi, e silurando un generale di Corpo d'Armata che si era rifiutato di applicare un simile ordine. Il governo, presieduto allora da Salandra, chiese la convocazione di un consiglio di guerra, e Cadorna ignoro' la richiesta. Sulle responsabilita' di Caporetto, come lei sa, la discussione non si e' mai chiusa, e non mi sogno di riaprirla. Se lei vuole qualche particolare, mi permetto di suggerirle la mia "Italia di Giolitti", dove ne ho riferiti parecchi, e vengo alla conclusione che ne ho tratta sull'uomo Cadorna. Fu un generale di grande e inflessibile carattere, ma non un grande stratega. La sua fu dal primo all'ultimo giorno una guerra "di posizione", e quindi di logoramento, muro contro muro. Una "manovra" non la tento' mai, anzi non la concepi' nemmeno. Stava, come del resto tutti i generali italiani, eccettuato Badoglio, e forse anche Capello, che pero' era anche un carrierista avventuroso e spregiudicato, al "Regolamento", secondo il quale "le battaglie si vincono sulle cime". Sicche' quando arrivo' un battaglione tedesco al comando di un giovane capitano di nome Rommel che, infischiandosi delle cime verso cui tutta la nostra artiglieria era puntata, s'insinuo' nottetempo nelle valli, tutto il nostro schieramento ne venne preso alle spalle, e si liquefece, consentendo a Rommel di arrivare fino al Piave, dove si fermo': non per la resistenza dei nostri, come si e' sempre detto, ma per la mancanza di rifornimenti e di munizioni, che non avevano fatto in tempo a seguirlo. Ma Cadorna si rifiuto' di riconoscere tutto questo. Secondo lui, quello che aveva ceduto non era il suo fronte, quello militare, ma quello interno, grazie al disfattismo dei politici.
Idro Montanelli
Idro Montanelli
40 anni fa Pasolini
Pier Paolo Pasolini quarant’anni dopo. Cosa resta del suo sguardo sull’Italia e sul mondo. Il cinema, i libri, la passione per il calcio. Fu ucciso sul litorale di Ostia il 2 novembre 1975. Il suo cadavere continua a tormentare chi non crede alla realtà ufficiale. Ma cosa è cambiato nei luoghi che frequentava? E quante delle sue profezie si sono avverate? 60 minuti di testimonianze: dagli amici come Maraini, Davoli, Galeone, Poli, Ferretti, Naldini, Asti a chi ancora oggi riscopre forza e originalità nella sua opera. Fino all’ultimo mistero delle foto.
Documentario di Emanuela Audisio, con 3D produzioni
Letture di Fabrizio Gifuni. Musica di Remo Anzovino
Questa sera, alle 21,10, "Pasolini maestro corsaro" va in onda su Sky Arte Hd (canali 120 e 400 di Sky)“
L’alba dei tram” è un progetto musicale dedicato a Pasolini
Documentario di Emanuela Audisio, con 3D produzioni
Letture di Fabrizio Gifuni. Musica di Remo Anzovino
Questa sera, alle 21,10, "Pasolini maestro corsaro" va in onda su Sky Arte Hd (canali 120 e 400 di Sky)“
L’alba dei tram” è un progetto musicale dedicato a Pasolini
venerdì 30 ottobre 2015
Le vocali di Arthur Rimbaud
Il celeberrimo sonetto “Vocali” appare come un lieve, aereo tentativo di esplorare
le possibilità di quella futura, nuova lingua capace di riassumere tutto: «... profumi,
suoni, colori ...». È vero che la probabile origine dell’ispirazione del primo verso:
«A nero, E bianco, I rosso, U verde, O blù» deve stare in quegli abecedari colorati che
si usavano all’epoca per insegnare a leggere, ove le lettere delle singole vocali
avevano un determinato colore ed erano poi associate a quattro disegni - A (nero)
= ape, astro, arcobaleno etc. -. Conversando con l’amico poeta Delahaye a proposito
del sonetto, Rimbaud gli confessò in tutta semplicità: «Mi è sembrato di vedere, a
volte mi è parso di vederle così, le vocali e dunque lo dico, lo racconto, ...» In effetti,
si tratta di una calibrata, giocosa armonia di suoni, colori, immagini, ma del
retrostante più profondo, dell’indicibile: «Dirò un giorno delle vostre nascite
latenti.»
Lo slancio, il viaggio, l’attraversamento dello spazio altro da, sono racchiusi nella
terzina finale :
O, Tromba suprema di stridori fondi,
Silenzi attraversati dagli angoli e dai mondi,
O l’Omega, raggio violetto di quei Suoi Occhi!
Le scarne spiegazioni date dal poeta al Delahaye si possono completare con le
parole di Mallarmé: «Poesia è l’espressione attraverso il linguaggio umano,
ricondotto al suo ritmo essenziale, del senso misterioso degli aspetti dell’esistenza,
il quale dona così autenticità al nostro soggiorno terreno e ne costituisce il solo
compito spirituale.»
---------------------------------------------------------------------------------------------------
All'epoca relativamente lontana del nostro sodalizio, Arthur Rimbaud era un ragazzo tra i sedici e i diciassette anni, già in possesso di tutto il bagaglio poetico che il vero pubblico dovrebbe ormai conoscere(...)
Era alto, ben fatto, quasi atletico, con un viso perfettamente ovale da angelo in esilio, i capelli castani sempre in disordine e gli occhi di un inquietante azzurro pallido. Ardennese, oltre a un piacevole accento provinciale, troppo presto perduto, possedeva il dono di una pronta assimilazione tipico di quel luogo, - il che potrebbe spiegare anche il rapido inaridirsi della sua vena poetica sotto l'insipido sole di Parigi, per parlare come i nostri padri, il cui linguaggio semplice e diretto, in fin dei conti, non era sbagliato!".
(P. Verlaine, I poeti maledetti, La Spiga, Milano 1995).
.........................................................................................................................
‘Genio’ è l’addio di Rimbaud, l’ultimo suo volo al termine delle “Illuminazioni”: la
terzina finale del primo sonetto di Mallarmé - dove appunto si allude con tanta
intensità al ‘genio’ - ci appare come l’istantanea imperitura di quel volo: « Lo spazio
uguale a sé che si neghi o si è aumentato / Rotola in questa noia di vili fuochi a
testimone / Che il genio d’un astro in festa s’era illuminato. »
Il deserto, l’esilio di Haarar, fu per Rimbaud l’esilio volontario dal deserto di questa
vita, dal ghiacciato lago dei voli che non si sono mai innalzati. Fra i suoi scritti
contabili, Rimbaud conservava la lettera del direttore della Rivista “La France
Moderne”, ricevuta un anno prima della sua morte: la Rivista era di Marsiglia e lo si
invitava a collaborare perché i suoi versi erano noti al punto da farlo considerare
‘chef de file de l’Ecole décadente et symboliste’. Rimbaud dunque era a conoscenza
che la sua poesia si stava affermando, ma aveva cercato dell’altro, ben altro, dalla
fama e gloria letterarie. E nei lunghi mesi trascorsi all’ospedale di Marsiglia, mai
chiese alla sorella di interessarsi di quella Rivista, a che punto fosse la sua
incipiente notorietà. ‘Quello spazio uguale a sé’ non s’è accresciuto, anzi, va
sensibilmente negandosi: questo nostro spazio, che in una noia di vili fuochi
ancora va rotolando, e che pure è stato testimone di quel ragazzo che ‘d’un astro in
festa s’era illuminato’.
le possibilità di quella futura, nuova lingua capace di riassumere tutto: «... profumi,
suoni, colori ...». È vero che la probabile origine dell’ispirazione del primo verso:
«A nero, E bianco, I rosso, U verde, O blù» deve stare in quegli abecedari colorati che
si usavano all’epoca per insegnare a leggere, ove le lettere delle singole vocali
avevano un determinato colore ed erano poi associate a quattro disegni - A (nero)
= ape, astro, arcobaleno etc. -. Conversando con l’amico poeta Delahaye a proposito
del sonetto, Rimbaud gli confessò in tutta semplicità: «Mi è sembrato di vedere, a
volte mi è parso di vederle così, le vocali e dunque lo dico, lo racconto, ...» In effetti,
si tratta di una calibrata, giocosa armonia di suoni, colori, immagini, ma del
retrostante più profondo, dell’indicibile: «Dirò un giorno delle vostre nascite
latenti.»
Lo slancio, il viaggio, l’attraversamento dello spazio altro da, sono racchiusi nella
terzina finale :
O, Tromba suprema di stridori fondi,
Silenzi attraversati dagli angoli e dai mondi,
O l’Omega, raggio violetto di quei Suoi Occhi!
Le scarne spiegazioni date dal poeta al Delahaye si possono completare con le
parole di Mallarmé: «Poesia è l’espressione attraverso il linguaggio umano,
ricondotto al suo ritmo essenziale, del senso misterioso degli aspetti dell’esistenza,
il quale dona così autenticità al nostro soggiorno terreno e ne costituisce il solo
compito spirituale.»
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All'epoca relativamente lontana del nostro sodalizio, Arthur Rimbaud era un ragazzo tra i sedici e i diciassette anni, già in possesso di tutto il bagaglio poetico che il vero pubblico dovrebbe ormai conoscere(...)
Era alto, ben fatto, quasi atletico, con un viso perfettamente ovale da angelo in esilio, i capelli castani sempre in disordine e gli occhi di un inquietante azzurro pallido. Ardennese, oltre a un piacevole accento provinciale, troppo presto perduto, possedeva il dono di una pronta assimilazione tipico di quel luogo, - il che potrebbe spiegare anche il rapido inaridirsi della sua vena poetica sotto l'insipido sole di Parigi, per parlare come i nostri padri, il cui linguaggio semplice e diretto, in fin dei conti, non era sbagliato!".
(P. Verlaine, I poeti maledetti, La Spiga, Milano 1995).
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‘Genio’ è l’addio di Rimbaud, l’ultimo suo volo al termine delle “Illuminazioni”: la
terzina finale del primo sonetto di Mallarmé - dove appunto si allude con tanta
intensità al ‘genio’ - ci appare come l’istantanea imperitura di quel volo: « Lo spazio
uguale a sé che si neghi o si è aumentato / Rotola in questa noia di vili fuochi a
testimone / Che il genio d’un astro in festa s’era illuminato. »
Il deserto, l’esilio di Haarar, fu per Rimbaud l’esilio volontario dal deserto di questa
vita, dal ghiacciato lago dei voli che non si sono mai innalzati. Fra i suoi scritti
contabili, Rimbaud conservava la lettera del direttore della Rivista “La France
Moderne”, ricevuta un anno prima della sua morte: la Rivista era di Marsiglia e lo si
invitava a collaborare perché i suoi versi erano noti al punto da farlo considerare
‘chef de file de l’Ecole décadente et symboliste’. Rimbaud dunque era a conoscenza
che la sua poesia si stava affermando, ma aveva cercato dell’altro, ben altro, dalla
fama e gloria letterarie. E nei lunghi mesi trascorsi all’ospedale di Marsiglia, mai
chiese alla sorella di interessarsi di quella Rivista, a che punto fosse la sua
incipiente notorietà. ‘Quello spazio uguale a sé’ non s’è accresciuto, anzi, va
sensibilmente negandosi: questo nostro spazio, che in una noia di vili fuochi
ancora va rotolando, e che pure è stato testimone di quel ragazzo che ‘d’un astro in
festa s’era illuminato’.
mercoledì 28 ottobre 2015
lunedì 26 ottobre 2015
L'età della catastrofe
“Le prime fantasie di sterminio vennero a Hitler già nel 1919”
Lo storico del nazismo Kellerhoff: «Antisemitismo ossessivo». Il “Mein Kampf” sarà ristampato a gennaio: «Ecco le sue bugie»
ANSA
Adolf Hitler mise nero su bianco la sua visione del mondo e del futuro della Germania mentre era in carcere nel 1924
22/10/2015
TONIA MASTROBUONI
INVIATA A BERLINO
All’inizio degli anni Venti, Adolf Hitler era ospite fisso dei salotti di Monaco, dove i ricchi borghesi si divertivano ad ascoltare l’eccentrico austriaco abbaiare i suoi proclami antisemiti. Quando l’attenzione scemava, il tribuno di Braunau schioccava il suo frustino sugli stivali da cavallerizzo, per costringere famiglie come i Bechstein - quelli dei pianoforti - a non perdersi neanche una sillaba delle sue tirate contro gli ebrei «parassiti». I monacensi facoltosi adoravano quello strano politicante che indossava lisi completi blu e che da lì a poco avrebbe organizzato l’inquietante putsch nella capitale bavarese. E il suo odio viscerale, ossessivo per gli ebrei non li disturbava: «l’antisemitismo era molto diffuso, nella borghesia tedesca, ma anche in quella francese o austriaca, in quegli anni» ricorda Sven Felix Kellerhoff.
UN ODIO ANTICO
Nel 1919, sottolinea lo storico e giornalista tedesco, Hitler aveva già espresso in una lettera ad un soldato, Adolf Gemlich, il suo odio malato contro gli ebrei, evocando pogrom, discriminazioni per legge, allontanamenti. «Le fantasie da sterminio - argomenta Kellerhoff - sono già evidenti in quella lettera, ma anche in “Mein Kampf”», il delirante manifesto scritto in carcere nel 1924 e venduto 12 milioni di copie prima della fine della Seconda guerra mondiale. Kellerhoff ritiene «totalmente prive di ogni fondamento storico» le argomentazioni del premier israeliano Netanyahu: Hitler «sognava già di sterminare gli ebrei quando il Muftì di Gerusalemme non era neanche lì». L’antisemitismo ossessivo e la teoria dello spazio vitale per i tedeschi sono i due cardini del libro del Fuehrer, argomenta l’esperto di storia del nazismo.
Kellerhoff ha appena dato alle stampe un documentatissimo libro sulla bibbia dei nazisti: «“Mein Kampf”. Die Karriere eines deutschen Buches» (Klett-Cotta), alla vigilia di un evento storico. A gennaio dell’anno prossimo sarà pubblicata in Germania la prima edizione commentata del manifesto di Hitler, dopo ben 70 anni. Il libro non è mai stato vietato, ricorda l’autore: ne è stata proibita la ristampa, dopo la guerra (i diritti appartengono al Land Baviera). «Un errore clamoroso - per Kellerhoff - perché ha alimentato miti e leggende false». In quasi 800 pagine il Fuehrer ha condensato un’opera «intellettualmente misera, piena di errori grammaticali, stilisticamente obbrobriosa, che pullula di insulti, falsi autobiografici - su cui sono inciampati persino biografi del calibro di Joachim Fest - e assurdità storiche». Kellerhoff ha le idee chiare sull’origine dell’antisemitismo di Hitler, ma smaschera il teorico del Terzo Reich anche su aspetti biografici assolutamente grotteschi.
MANIE DI GRANDEZZA
La frenesia agiografica dei nazisti ha distorto molti aspetti della vita di Hitler, cercando di confermare i deliri di «Mein Kampf». Kellerhoff ne elenca molti. Il primo è quello della giovinezza povera e disagiata a Vienna e Monaco. È vero che nella capitale asburgica Hitler visse momenti terribili, alla vigilia della Grande guerra, di fame e pernottamenti negli alberghi dei poveri. Anni in cui fu aiutato economicamente, peraltro, da alcuni amici ebrei. Ma la verità è che riusciva ogni mese a spendersi la pensione da orfano e i soldi della famiglia in un battibaleno. Un bamboccione, più che un bohèmien.
NESSUN EROISMO
Anche i racconti epici delle battaglie combattute nell’esercito tedesco durante la Grande guerra sono da ridimensionare. Il «battesimo di fuoco» di Hitler avvenne effettivamente nelle Fiandre. «Mein Kampf» non lascia spazio alla fantasia: pallottole che fischiano intorno alle orecchie del giovane Fuehrer, botti assordanti, un corpo a corpo micidiale e la battaglia che culmina in un coro che si leva dalle prime file, intona «Deutschland, Deutschland ueber alles», contagiando tutto il battaglione. Fantasie, secondo la ricostruzione storica: di fronte all’avanzata micidiale dei francesi, molti commilitoni si buttarono a terra fingendosi morti, il comandante gridò tre volte invano «all’attacco». E Hitler? A giudicare dalle cronache, al suo solito posto: nelle retrovie. E fu la costanza - non l’eroismo - mostrata in quelle retrovie che gli valse poi la Croce di ferro. Medaglia di cui il Fuehrer parlò sempre con timidezza. Strano, si dirà. Ma il motivo è ovvio. Il luogotenente che aveva insistito per conferire una medaglia al merito al giovane Hitler, Hugo Gutmann, era ebreo
sabato 17 ottobre 2015
Giornali satirici al tempo di Giolitti
Storia del Ministero della Pubblica Istruzione in Italia
Poco più di un secolo fa ci fu uno dei tanti scandali politici che caratterizzarono (e caratterizzano) la fase successiva all’unità d’Italia. Lo scandalo in questione interessò un uomo politico siciliano, Nunzio Nasi, nativo di Trapani, accusato di peculato e di malversazione ai danni del proprio ufficio ministeriale (era allora Ministro della Istruzione Pubblica in carica).
Il caso, sollevato dal presidente del consiglio Giovanni Giolitti, portò a un processo vero e proprio dove il ministro Nasi fu messo alla berlina con le accuse imbarazzanti di aver utilizzato, per fini personali, libri, testi e materiale scrittorio del proprio ufficio.
Andiamo nel dettaglio della vicenda: nel luglio del 1907 il ministro trapanese Nasi fu condotto agli arresti dal Senato riunito in Alta Corte di giustizia per i reati di peculato e appropriazione indebita.
Quello che nessuno si sarebbe mai aspettato fu la reazione della città natale di Nasi.
Trapani, infatti, insorse, sostenendo il complotto ai danni del loro beniamino e degli interessi della Sicilia.
Nel processo del 5 novembre, Nasi si difese asserendo che il denaro preso dalle casse statali era stato utilizzato per fini istituzionali e che i libri del ministero erano stati offerti ad enti bisognosi. A puntargli l’indice contro, in quell’occasione, fu proprio quell’onorevole Ettore Ciccotti che, grazie alle referenze presentate da Nasi aveva guadagnato la cattedra di professore ordinario di Storia Antica presso l’Università di Messina. Insomma, nel nome dell’antimeridionalismo più sfrenato si misero da parte amicizie e obblighi personali. Furono questi gli anni della spinta autonomistica siciliana.A processo finito, Nasi fu condannato a undici mesi di carcerazione domiciliare, decadde dalla carica di ministro e deputato, gli fu interdetta la carriera politica per quattro anni e due mesi.
La città di Trapani rispose ancora una volta duramente, gettando in mare le insegne del Re e incendiando i suoi ritratti, provocando disordini nelle piazze durante tutto il periodo elettorale.
L’ex ministro, dopo aver scontato la pena, fu rieletto grazie al sostegno dei suoi concittadini.
Il caso, sollevato dal presidente del consiglio Giovanni Giolitti, portò a un processo vero e proprio dove il ministro Nasi fu messo alla berlina con le accuse imbarazzanti di aver utilizzato, per fini personali, libri, testi e materiale scrittorio del proprio ufficio.
Andiamo nel dettaglio della vicenda: nel luglio del 1907 il ministro trapanese Nasi fu condotto agli arresti dal Senato riunito in Alta Corte di giustizia per i reati di peculato e appropriazione indebita.
Quello che nessuno si sarebbe mai aspettato fu la reazione della città natale di Nasi.
Trapani, infatti, insorse, sostenendo il complotto ai danni del loro beniamino e degli interessi della Sicilia.
Nel processo del 5 novembre, Nasi si difese asserendo che il denaro preso dalle casse statali era stato utilizzato per fini istituzionali e che i libri del ministero erano stati offerti ad enti bisognosi. A puntargli l’indice contro, in quell’occasione, fu proprio quell’onorevole Ettore Ciccotti che, grazie alle referenze presentate da Nasi aveva guadagnato la cattedra di professore ordinario di Storia Antica presso l’Università di Messina. Insomma, nel nome dell’antimeridionalismo più sfrenato si misero da parte amicizie e obblighi personali. Furono questi gli anni della spinta autonomistica siciliana.A processo finito, Nasi fu condannato a undici mesi di carcerazione domiciliare, decadde dalla carica di ministro e deputato, gli fu interdetta la carriera politica per quattro anni e due mesi.
La città di Trapani rispose ancora una volta duramente, gettando in mare le insegne del Re e incendiando i suoi ritratti, provocando disordini nelle piazze durante tutto il periodo elettorale.
L’ex ministro, dopo aver scontato la pena, fu rieletto grazie al sostegno dei suoi concittadini.
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