lunedì 21 febbraio 2022

Ucraina, twilight war?


I segnali  e le azioni  conflittuali  attualmente in sviluppo in Ucraina orientale,nel Donbass, mentre il Mondo è ancora provato dalla crisi biennale della pandemia, manifestano dell’ennesima follia che pervade la specie umana e le sue istituzioni etniche,politiche,economiche.

Purtroppo idealismo umanitario,pacifismo e tolleranza,  religiosità amorevole, hanno sempre lasciato il tempo che trovano di fronte agli interessi politici, economici e alla bellicosità che comportano.

Possiamo affermare  che è dalla crisi di Cuba del 1962 che non esisteva  nel Mondo uno stato di tensione del genere ,allora fra Usa e URSS,oggi fra Usa-Ue e Russia. Allora era per l’appunto la socialista Cuba, sotto minaccia americana, a venir difesa dall’URSS. Oggi è l’ indipendente ’Ucraina, sotto minaccia russa, a venir difesa da Usa e,in parte ,UE.

E per l’UE dobbiamo risalire al ’53 in Germania dell’est,al’56 in Ungheria, al ’68-’69 in Cecoslovacchia, alla  fine degli anni’80 in Polonia per riscontrare tensioni così terribili, allora per intervento  dell’URSS contro le richieste di autonomia  nazionale da parte di quei Paesi allora satelliti.

Abbiamo avuto dagli anni’90 fino al’99 le guerre balcaniche che interessarono la regione jugoslava. Furono terribili,come tutte le guerre,arrivando come in Bosnia ai limiti del genocidio,ma non videro un coinvolgimento diretto e facciale delle grandi potenze. La nuova Russia appena, riformata e alle prese con problemi interni, non si occupò direttamente dei conflitti, pur deplorando l’intervento finale americano a favore dell’indipendenza del Kosovo contro la Serbia(tradizionalmente legata da amicizia e affinità etnico-religiosa alla Russia).

Cerchiamo allora d’individuare l’identità del presente  conflitto, e al contempo di decifrare le informazioni nel modo il più possibile obiettivo.

 

Conformazione e storia nel territorio ucraino.

Il territorio dell’Ucraina attuale, 45 milioni di abitanti,  ha un’estensione di 603628 km²  e forma  il secondo stato più grande d'Europa, dopo la Russia europea.

Il paesaggio ucraino consiste prevalentemente di fertili pianure o steppe attraversate da diversi fiumi, tra cui il Dnepr (Dnipro), il Donec, il Dnestr e il Bug meridionale che vanno a gettarsi nel Mar Nero e nel Mar d'Azov.

Nella parte sudoccidentale il delta del Danubio costituisce il confine con la Romania.

Le poche catene montuose presenti sono le propaggini dei Carpazi a ovest e le montagne della penisola di Crimea.

Si tratta di un vasto territorio in cui , nel corso dei secoli, non si possono situare confini del tutto precisi né identità etniche stabili

Politicamente l’est del Paese, oltre il fiume Dnepr, è stato marca di frontiera russa  almeno dal XVII sec.. La chiesa ortodossa, affiliata al patriarcato di Mosca, vi domina da secoli, sancendo di fatto una  comunanza spirituale con la madre Russia.

L’ovest dell’Ucraina è appartenuto al Regno polacco per 3 secoli, poi all’Impero austriaco. È entrato nell’orbita sovietica solo nel 1922, con alcune eccezioni, perché la regione transcarpatica è rimasta cecoslovacca fino al 1945. Qui a predominare è il cattolicesimo orientale di rito uniate, ligio al Pontefice romano.

In questo territorio pianeggiante  s’insediarono nell’antichità popoli chiamati Cucuteri, Cimmeri, Sciti, Sarmati, Jazigi; verso la fine dell’età precristiana, durante l’Impero romano, i Greci;poi durante l’alto medioevo seguirono  le invasioni dei Goti,Bulgari, Slavi, Magiari, Peceneghi, Khazari.

 

Rus’

Dopo l’800, provenienti dalla Scandinavia  s’insediarono i Variaghi-Rus’ (ling.finnico>probabilmente “d’oltre mare”), che crearono uno  Stato ,con principale  centro abitativo a  Kiev,sul corso del Dnepr e combatterono guerre contro i Peceneghi alleati di Bisanzio,e,dopo il 1000, contro le invasioni dei Cumani,detti anche Poloviciani.

Possiamo dunque riassumere le caratteristiche etniche-linguistiche  di questi popoli  :slave; germaniche, scandinave, ugro-finniche; turco-asiatiche (Peceneghi, Khazari,Cumani)

A partire dal 1054 la Rus' di Kiev si disgregò in principati indipendenti. L'odierna Ucraina risultò divisa fra i principati di Halicz o Galizia, Volinia o Vladimir Volinskji, Černigov, Novgorod Severskji, Perejaslav e Kiev. Per la prima volta apparve il nome di Ucraina. Il toponimo Ucraina deriva dall'antico slavo orientale u okraina, formato da u ("vicino, presso") e okraina(periferia) la radice slava kraj ("limite", "bordo"). Pertanto ukraina significa "al margine", o "sul confine", oppure "in periferia". In lingua ucraina krajina significa semplicemente "paese, terra". Kraj e krajina sono termini semanticamente analoghi all'italiano "marca".

 

Mongoli

Nel XIII secolo le steppe eurasiatiche furono sconvolte dalla invasione dei Mongoli che  nel 1240  arrivarono a devastare Kiev. I Mongoli resero vassalli i principati slavi  e li sottomisero al pagamento di un tributo (come nel caso del Principato di Galizia-Volinia). Il territorio dei  Cumani fu invece governato direttamente.

Intorno alla metà del secolo la parte europea del dominio mongolo divenne indipendente con il nome di khanato dell'Orda d'Oro. Di esso rimasero tributari i principati ucraini per circa un secolo.

 

Il  periodo fra i secoli XIV-XV  fu quello del dominio polacco-lituano.

Fra il 1362 e il 1399 i granduchi lituani  conquistarono buona parte dell'odierna Ucraina, fino alle coste del Mar Nero, ponendo così fine ai principati eredi della Rus' di Kiev. Nel frattempo nel 1386  a Lituania si univa al Regno di Polonia, il quale si era impossessato della Galizia o Piccola Polonia.

I territori rimasti in mano all'Orda d'Oro (prevalentemente tatari) avrebbero costituito intorno al 1430 il khanato di Crimea

 

I cosacchi

Intorno alla fine del XV secolo vi fu un'imponente ondata immigratoria da parte di esuli e rifugiati ortodossi, genericamente definiti kozak, cosacchi (parola che in turco significava nomade, o libero) che si riunirono in un gruppo di tribù seminomadi lungo i fiumi Don e Dnepr.

Inizialmente con tale termine furono individuate le popolazioni nomadi tatare delle steppe del sud-est della Russia. Tuttavia, a partire dal XV secolo, il nome fu attribuito a gruppi di slavi ucraini che popolavano i territori che si estendevano lungo il basso corso dei fiumi Don e Dnepr (questi ultimi erano noti come cosacchi dello Zaporož'e); i cosacchi non costituiscono dunque  un gruppo etnico vero e proprio.

Nell'età moderna la maggior parte del territorio dell'attuale Ucraina era ripartito, secondo confini che si sono modificati nel tempo, fra il Granducato di Lituania (che confluirà nella Confederazione polacco-lituana), la Moscovia (dal 1547 Regno russo e dal 1721 Impero Russo) e il khanato di Crimea, vassallo dell'Impero Ottomano.

La porzione polacca era divisa nei palatinati di Rutenia, Bełz, Volinia, Podolia, Kiev, Cernigov e Bracław.

Vi erano poi due porzioni dell'odierna Ucraina appartenenti ad altri stati: la Rutenia transcarpatica faceva parte dell'Ungheria e perciò dei domini asburgici; mentre l'odierno Oblast' di Černivci e la porzione sudoccidentale di quello di Odessa, chiamata Budjak, appartenevano al principato di Moldavia, tributario ottomano.

Fra il 1583 ed il 1657 i Cosacchi Zaporoghi furono soggetti alla corona polacca come parte del palatinato di Kiev. Nel 1648 Bohdan Chmel'nyc'kyj si fece proclamare atamano dei Cosacchi e ne guidò la rivolta contro la Polonia, che terminò con la costituzione di uno stato autonomo cosacco, inizialmente vassallo dei polacchi. 

Nel 1654 Chmel'nyc'kij stipulò un'alleanza con il Regno russo (trattato di Perejaslav), ma l'Etmanato rimaneva vassallo polacco. In seguito al trattato di Andrusove del 1667 lo stato cosacco si trovò diviso lungo il corso del Dnepr: la metà occidentale era vassalla dei Polacchi, quella orientale dei Russi. 

 

I secoli XVII-XIX

Per la sua posizione geografica, l'Ucraina ha giocato un ruolo importante nello scontro  fra l'Europa orientale e l'impero Ottomano, che a seguito di ripetute guerre con l'Impero Russo, fra il 1774 ed il 1784 dovette cedere il canato di Crimea alla Russia. Circa negli stessi anni, in seguito alle spartizioni della Polonia, fra il 1772 ed il 1795, i territori polacchi abitati da Ruteni furono divisi fra Austria (la Galizia e Lodomiria con Leopoli) e Russia (Volinia e Podolia).

All’interno dell’Impero russo la parte settentrionale dell’odierna Ucraina(Kiev, Kharkov, Poltava e Černigov) apparteneva alla Piccola Russia, la parte meridionale (Ekaterinoslav, Cherson, Tauride e porzioni  della Bessarabia) alla Russia Meridionale, mentre i territori occidentali (Volinia, Podolia) appartenevano alla Russia occidentale

Gli ucraini sudditi dell'Impero austriaco (poi austroungarico) erano detti ruteni ed erano divisi fra il Regno di Galizia e Lodomiria la Bucovina e l'Ungheria.

Nonostante le promesse di autonomia contenute nel Trattato di Perejaslav, l'élite ucraina e i cosacchi non ricevettero mai le libertà che attendevano dall'Impero Russo. Tuttavia, entro l'Impero, gli ucraini poterono arrivare ai gradi più alti della gerarchia e della Chiesa ortodossa russa.

Nell'ultimo periodo, il regime zarista portò avanti una politica di russificazione delle terre ucraine, sopprimendo l'uso della lingua ucraina nella stampa e in pubblico. Nell'impero asburgico vi era maggiore tolleranza per i Ruteni.

Nello stesso periodo l'Ucraina divenne il "granaio d'Europa" e Odessa, porto d'imbarco del grano, era la più grande città ucraina e la quarta dell'Impero russo . Kiev e Kharkov erano centri dell'industria tessile. Dal canto suo, Leopoli era la quarta città dell'Impero Austroungarico

 

Il secolo XX

Fra il 1917 e il 1922, in seguito alla Rivoluzione Russa, vi fu un lungo periodo di guerra civile e di anarchia con continui cambi di fazioni al potere; questo periodo fu segnato dall'esistenza di più entità statali separate: nei territori austroungarici di lingua ucraina fu proclamata la Repubblica Nazionale dell'Ucraina Occidentale, mentre nell'area appartenuta all'Impero Russo si scontrarono la Repubblica popolare ucraina con capitale Kiev e la Repubblica socialista sovietica ucraina con capitale Kharkov. La Repubblica Popolare di Kiev fu riconosciuta dall'Impero Germanico, che ne impose il riconoscimento ai Bolscevichi nel trattato di Brest-Litovsk. Dal 1918 fu un centro dell'Armata Bianca

 

Nel 1922 l'Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell'URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina

Ponendo termine ad un periodo di aspre lotte, la Pace di Riga assegnò la Galizia e la Volinia alla Polonia, i sovietici ottennero il resto del paese e nel 1922 l'Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell'URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina. Quanto ai territori di lingua rutena dell'Impero Austro-ungarico, dopo l'esperienza effimera delle repubbliche indipendenti furono divisi fra Polonia, (Leopoli, Volinia ecc), Cecoslovacchia (Oblast' di Transcarpazia) e Romania (l'odierno Oblast' di Černivci).

Questi territori furono assegnati all'Ucraina (e quindi all'Unione Sovietica) solo dopo la Seconda guerra mondiale.

Negli anni’30,(dal’29 al ’33) l’occupazione sovietica  e la politica economica stalinista della dekulakizzazione e collettivizzazione forzata causarono carestie, deportazioni e repressioni e la morte di 7-8 milioni di ucraini (“Holodomor”, da holod =fame, carestia e moryty, =uccidere affamare, esaurire), lasciando in eredità un risentimento mai sopito nei confronti di Mosca e del socialismo reale.

Fra il 1941 ed il 1944 l'Ucraina fu occupata dalle forze dell'Asse nell'ambito della campagna di Russia. Oltre 30.000 ucraini si arruolarono nelle Waffen-SS in funzione antibolscevica e antirussa. In questo contesto si inserì anche l'attività nazionalista ed indipendentista dell'Esercito Insurrezionale Ucraino contro l'Armata Rossa.

Il fallimento dell’ avanzata nazista e la risposta sovietica riportarono dal ’45 l’Ucraina sotto il controllo russo, così come tutti i Paesi dell’est Europa.

Nel 1954, per celebrare "i 300 anni di amicizia tra Ucraina e Russia" (fatti coincidere con la pace di Perejaslav), l'U.R.S.S. durante la presidenza di Nikita Sergeevič Chruščëv, cresciuto nel Donbass, decise di annettere la Crimea all'Ucraina, togliendola alla Federazione Russa.

Gli anni’90

Il 16 luglio 1990, durante la fase di  dissoluzione dell'Unione Sovietica, un nuovo Parlamento adottò la Dichiarazione di sovranità dell'Ucraina .

Nel 1997, Zbigniew Brzezinski pubblicò il saggio  "La Grande Scacchiera”. L’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale americana suggeriva a Washington di isolare Mosca dal suo ‘estero vicino’: senza l’Ucraina, la Russia avrebbe perso la sua grandezza panslava, il controllo del mar Nero e l’accesso ai mari caldi, riducendosi a mera potenza regionale. Per l’appunto nel 1998, la NATO stava già integrando nei suoi ranghi Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, ex satelliti sovietici., fino al bombardamento delle posizioni serbe (alleate della Russia) in Kosovo, Era il 1999. Quell’anno, Vladimir Putin ascese al potere, con un principale  obiettivo: difendere a ogni costo la sfera d’influenza tradizionale russa.

Nei quindici anni a seguire in Ucraina   sono emerse faglie profondissime tra i fautori del riavvicinamento all’Unione Europea e all’Occidente e i sostenitori del legame storico con la Russia. L’alternanza fra i sostenitori dell’una o dell’altra parte è avvenuta in un clima di torbidi e violenze, con il corollario immancabile di accuse di brogli. Nello scrutinio presidenziale del 2004, la polarizzazione fra est e ovest è stata enorme. Nelle regioni orientali, il filo-russo Viktor Yanukovich aveva ottenuto l’80% dei suffragi, né più né meno di Viktor Juschenko, plebiscitato all’ovest. Entrambi si sono circondati di personaggi ampiamente corrotti che hanno portato il paese sull’orlo della bancarotta. 

2004-10

A seguito delle elezioni del 2004, in cui il vincitore della prima fase Yanukovyc, filo russo, venne accusato di brogli,, scoppiò la cosiddetta Rivoluzione arancione, organizzata dai nazionalisti filo-occidentali e antirussi , fra i quali ebbe spicco  la figura di Julja Timosenko, detentrice di un ingente patrimonio economico legato al gas e degli attivisti di PORA, movimento parzialmente non violento Con l'ascesa al potere di Juščenko ed il conseguente spostamento politico dell'Ucraina verso l'UE , Gazprom iniziò a tariffare il gas all'Ucraina al prezzo di 230 dollari per 1000 m³, aumentando considerevolmente la precedente tariffa di 50 dollari, da sempre un prezzo di favore della Russia verso l'Ucraina.

Gli  anni a seguire videro una fase di contrasto fra le due fazioni,e anche quella filoccidentale, salita al potere fin verso il 2010, in forza della rivoluzione , con  Juščenko,Timosenko, si dimostrò disunita, non indenne da errori e corruzione.

 2013-2014

A  novembre del 2013, in presenza di una critica situazione delle finanze pubbliche  si ebbero nuove proteste popolari filooccidentali, con l'occupazione della piazza Indipendenza (Maidan)a Kiev,contro il Presidente Yanukovyc,  tornato al potere dal 2010, che in cambio di ingenti prestiti russi rifiutava di appoggiare accordi di associazione dell'Ucraina all'Europa. Le proteste ,con presenza anche di elementi  marcatamente neonazisti, come i miliziani di Pravyi Sektor, dell'UNA-UNSO, di Svoboda, di Tryzub e altri, che non hanno esitato a imbracciare le armi e a rovesciare il governo legittimo, portarono ad un colpo di stato con la nomina Presidente di Petro Porosenko, filooccidentale.Tale rivoluzione vide il forte sostegno degli Stati Uniti e dell'Unione europea, che salutarono con favore la caduta di un'altra autocrazia post-sovietica.

La risposta prorussa non si fece attendere.

ll territorio della Crimea apparteneva di diritto  all'Ucraina (come "Repubblica autonoma di Crimea"), ma dopo l'ingresso delle truppe russe nel 2014 la penisola è stata annessa dalla Federazione Russa (come "Repubblica di Crimea")a seguito del referendum del 16 maggio .Indipendenza non riconosciuta dall’Ucraina,  Onu,UE e annessi ,USA .

 All ostesso tempo,la popolazione ribelle dell'est, appoggiata politicamente e militarmente dalla Russia (intervento di agenti cosiddetti  omini verdi), si è detta contraria al nuovo governo di Kiev e in segno di protesta ha occupato diversi edifici governativi, militari e non, in particolare nelle zone del Donbass e dintorni. In Ucraina dell'est si è dunque andata creando una vera e propria invasione del territorio da parte di ribelli paramilitari e militari di stampo russofono, aiutati da volontari e militari russi.

Il 7 aprile 2014 l'Oblast' di Donec'k ha dichiarato unilateralmente l'indipendenza dall'Ucraina in seguito a un referendum e pochi giorni dopo l'autonominato presidente della Repubblica Popolare di Donetsk Pavel Gubarev ha dichiarato la futura annessione alla Russia. Lo stesso esempio fu seguito qualche settimana dopo dall'Oblast' di Lugansk

Il 18 dicembre 2014, Obama firmò il Freedom Support Act, che stanziava 350 milioni di dollari di assistenza militare diretta all’Ucraina, coprendo il biennio 2015-2017. Da allora in poi, gli Usa hanno accordato a Kiev 2,5 miliardi di aiuti militari, fatti di armi, equipaggiamenti e formazione di militari ucraini.

Nel 2017 l'Unione europea ha approvato la liberalizzazione del regime dei visti Schengen per tutti i cittadini ucraini dotati di passaporto biometrico

Sono tutti eventi che dimostrano come a proposito di questo Paese, da una parte come dall'altra, anzichè lavorare positivamente  alla trasformazione delle strutture sociali ed economiche, si miri invece all'abbattimento di gruppi di potere politico di diverso colore,per sostituirli con il proprio.

Gli accordi di Minsk

Sul piano militare, il fallimento iniziale dell’esercito ucraino aveva costretto il presidente Poroshenko e il suo gabinetto a negoziare un primo cessate il fuoco con i ribelli, il 5 settembre 2014 a Minsk, con la mediazione dell’OSCE e del quartetto in ‘formato Normandia’ (Francia, Germania, Russia e Ucraina). Il 16, la Rada, il parlamento ucraino, promulgava la legge sul ‘regime speciale di autogestione locale’ e temporanea dei distretti del Donbass in mani separatiste. Ma il cessate il fuoco rimase solo sulla carta e, da lì a febbraio 2015, i ribelli conquistarono 1.500 chilometri quadrati circa di nuovi territori, in particolare nel saliente di Debaltsevo, trait d’union fra Lugansk e Donetsk, e più a sud ancora nell’area contesa dell’aeroporto dell’ultima delle due città.

Le diplomazie erano in pieno fermento per arginare gli scontri. In Bielorussia, l’allora presidente francese François Hollande riuscì a convincere russi e ucraini a negoziare gli accordi di Minsk 2, fra l’11 e il 12 febbraio 2015. C’era un’intesa sul cessate il fuoco, il 12 stesso, lungo una linea di 450 km, con la promessa di ritirare tutti gli armamenti pesanti a 12 km dalla linea di separazione. Ma la guerra continuava, anzi s’intensificò nei dintorni di Debaltsevo.

I separatisti e i loro padrini a Mosca vorrebbero per il Donbass uno statuto iper-autonomo iscritto nella costituzione nazionale. Kiev rifiuta. Nel frattempo l’economia è in grande difficoltà.

La Russia vuole scongiurare ad ogni costo l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Vorrebbe una zona cuscinetto lungo le frontiere occidentali del paese, per ‘finlandizzare’ Kiev ed evitare di ritrovarsi le truppe occidentali in prossimità. Ha già dovuto assistere all’inglobamento di 12 paesi satelliti dell’era sovietica nelle strutture militari occidentali. Teme che la Nato e gli americani possano servirsi del territorio ucraino per stabilirvi basi e radar, con nuovi intercettori antimissili, come quelli dispiegati in Romania e in Polonia, accusati di alterare l’equilibrio della deterrenza nucleare reciproca. È una questione di status e delle brame di potenza in ascesa della Russia.Ma Putin va ancora più in là, sostiene che Russia e Ucraina sono un solo popolo e un sola nazione, prospetta  il sogno di ricostruire la Rus' di Jaroslav il Saggio, il re venerato dai due popoli. Per ottenere garanzie scritte dagli occidentali, Mosca ha attuato  un corposo dispiegamento di forze fra la Bielorussia, il distretto occidentale a ridosso del confine ucraino e la Crimea. Smorzati i conflitti e la propria presenza militare in Siria e Libia,  sembra che il grande apparato bellico della Russia possa trovare modo di avere nuovo impiego. D’altra parte, cosa che non deve essere data per scontata, c’è la presenza americana in Europa, che dura dagli anni’40,dopo un primo accenno dal 1915 al’20, con le forze Nato  che risalgono ai tempi della divisione dei due blocchi, solo apparentemente decaduta dagli anni’90 e dall’implosione dell’URSS. Il rapporto fra USA e UE, nel senso dell’ostilità verso la Russia,  è del resto andato via via facendosi più sentito proprio nei Paesi dell’est, dopo la liberazione dal controllo sovietico, mentre per gli Stati occidentali fondatori sarebbe più auspicabile una politica di maggior distensione.    

E del resto è interesse europeo l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, nell’UE ? A sponsorizzarlo è soprattutto la Polonia, che vede nella Russia un nemico. Per ragioni opposte ,l’Ungheria è invece favorevole all’ingresso della Serbia, per rafforzare l’attuale alleanza con la Russia. Eppure,Polonia e Ungheria rappresentano il fronte illiberale, antidemocratico  all’interno dell’UE e questo non comporta un beneficio per la politica e l’economia interne all’UE.

Ipotesi:ritorno ad una situazione simile a cent anni fa ?

Come detto sopra, negli anni’20 del XX secolo ad occidente si formava la Repubblica Nazionale dell'Ucraina Occidentale, mentre nell'area appartenuta all'Impero Russo si scontrarono la Repubblica popolare ucraina con capitale Kiev e la Repubblica socialista sovietica ucraina con capitale Charkov

Il corso del fiume  Dnepr rappresenta un confine naturale, che segna i limiti anche con la Bielorussia; dove terminano i territori di forte influenza russa. Ad ovest esiste un’incontestabile Ucraina, ad est (Donbass ecc.) i territori dove l’elemento russo è fortemente presente,e che potrebbero formare uno Stato alleato alla Russia.  Rimane problematica la posizione di Kiev, al centro del Paese e posta  sul fiume Dnepr, che secondo esempi del passato potrebbe essere trasformata in una città franca, capitale di un’area cuscinetto. Ciò significherebbe ovviamente la divisione dell’attuale Ucraina e appare di non facile pacifica risoluzione, viste le posizioni del Governo di Kiev, americane, e in certo senso  europee .Anche se,come detto per gli Stati fondatori dell’UE un rafforzamento dell’area illiberale interna, Polonia, Ungheria e, presumibilmente Ucraina e Serbia, non sarebbe certo un progresso. In un report del 2020 di Transparency International, una organizzazione bipartisan, l’Ucraina è finita al 117° posto su 180 Paesi in una classifica sulla corruzione,a livelli di Egitto, Sierra Leone,Zambia.

Ma è forse proprio questa una nuova età di regresso: l’umanità provata dall’attacco della pandemia, con difficoltà di protezione; e ora in continente europeo  manovre e minacce concrete di un conflitto in termini non più presenti dal 1945. Dunque, una  "guerra del crepuscolo",per usare il termine di Neville Chamberlain nel 1940?

( febbraio 2022,Dario Varini; base di informazioni storico-geografiche e politiche  tratte da Wikipedia, Avvenire, Il sole 24ore, Repubblica  ecc)

 

 


venerdì 4 febbraio 2022

La disciplina (post?) pandemica e gli effetti della "buona scuola"

 

"L’Alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutte le studentesse e gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori, licei compresi, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola) in linea con il principio della scuola aperta."
Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca
 
Ecco un perfetto esempio orwelliano di neolingua :il principio della scuola aperta! aperta a chi,a che cosa? Forse perchè il lavoro rende liberi? (arbeit macht frei...)
Inquietante sentire di un ragazzo morto durante un'alternanza di lavoro alla scuola.Inquietante vedere giovani respinti a manganellate dalle forze dell'ordine mentre manifestano abbastanza pacificamente. Dopo la disciplina della pandemia, è questa la disciplina che attende il futuro?
Nel 2001, dopo l'insediamento del governo Berlusconi-Fini , i massacri di Genova in stile sudamericano parevano l'intimidazione di nuove istruzioni per una disciplina più rigida. Non troviamo qualche analogia nel presente di questo governo pandemico?
 
 Certo che se per i politici di tutte le aree,destra o centro(non parliamo più di sinistra!!!) questo non è un problema!!! E se, fra uomini e donne, giovani o anziani, , non emerge una nuova formazione politica che si richiami alla salvaguardia dei diritti costituzionali, quelli dell'umanità liberata dal fascismo, dai guerrafondai e imperialisti, dallo sfruttamento...Far quadrare conti,il bilancio...sulla pelle di chi? ("L’Italia ha un 'contratto' con l’Europa, da cui nessuno potrà prescindere nei prossimi cinque anni, a meno di voler rischiare  di perdere quasi 200 miliardi di euro". R.Brunetta)
Sempre più si comprende quello che è il dominio del capitale totale e il suo nesso con la struttura spettacolare della senso-psicologia individuale e dei rapporti sociali, che esaltando un narcisismo fatuo han separato sempre di più uomini e donne gli uni dagli altri .
Effetto che si è verificato anche nella recente elezione del Presidente della Repubblica. E'stata la discordia fra i Partiti o l'impossibilità di trovare  una persona di provata onestà e civiltà,oltrechè competenza, che non avesse in qualche modo urtato questo o quel parlamentare, direttamente o con un pronunciamento comunque irridente? La gentilezza formale del passato sarà stata spesso ipocrisia, ma la schiettezza del giudizio di cui si fa arroganza provoca risentimento,senso di rivalsa. 
Un pò l'una,un pò l'altra. Alla fine, la loro "comunità"come l'ha definita alla fine dei giochi Conte (!) ha messo fine all'impasse con la riconferma del Presidente uscente che aveva già preparato le valigie.
 
 
Dal filosofo Umberto Galimberti.
"E la si finisca con l’alternanza scuola lavoro, a scuola si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura, non portare il lavoro. La letteratura è il luogo in cui impari cose come l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio. E noi riempiamo le scuole di tecnologia digitale invece che di letteratura? E’ folle.
Guardiamo sui treni: mentre in altri Paesi i giovani leggono libri, noi giochiamo con il cellulare. Oggi i ragazzi conoscono duecento parole, ma come si può formulare un pensiero se ti mancano le parole? Non si pensa o si pensa poco se non si hanno le parole”.
 
 

 

mercoledì 12 gennaio 2022

Cacciari , due anni dopo Agamben

 

Cacciari , due anni dopo Agamben
da Repubblica 12/01/ 2022
VENEZIA - "Il servizio che il filosofo fa alla città è pungolare chi governa, sempre e dovunque, come fa il tafano con un purosangue, ridestandolo dal suo intorpidimento. È citando L'Apologia di Socrate di Platone che il filosofo Massimo Cacciari spiega la sua posizione nei confronti di uno Stato considerato ipocrita perché, di fatto, impone l'obbligo vaccinale senza assumersene le responsabilità. Lunedì il cofondatore di DuPre (Commissione Dubbio e Precauzione) ha ricevuto la terza dose, ma non si è vaccinato solo perché è stato imposto agli over 50. L'ex sindaco di Venezia afferma che non giudica il vaccino in quanto tale, ma la gestione politica paternalistica dell'emergenza: "Non critico l'automobile perché c'è un codice della strada pazzo". Quanto alla legge Cacciari chiarisce di rispettarla in quanto non lo obbliga a offendere gli altri, ma non per questo la ritiene giusta. Il compito del filosofo, conclude, è quello di mettere in discussione ogni affermazione di potere affinché il dubbio, fondamento di ogni ricerca, non sia mai represso."
Cacciari riprende, mitigandola, la critica di fondo di Agamben, che si è esposto fin dall'inverno del'20, quando vennero introdotte le forti restrizioni di movimento .Giusta la moderazione da una parte, come l'apprensione radicale dall'altra. La dialettica propositiva si origina nel rapporto fra posizioni di pensiero non identiche, ma affini.Agamben evocò un quadro estremo, un fantasma informale dietro l'ergersi di un apparato-forse necessariamente?-repressivo di libertà che giudicava avrebbero potuto diventare nocive con la pandemia in corso . Gli eccessi, quali gli impedimenti di movimenti anche solitari, in territori deserti o in proprietà private, richiamavano un'indubbia necessità critica. I governanti stessi dimostrarono di averlo compreso, dalla seconda fase in avanti.
 
 
 
 PLATONE L'APOLOGIA DI SOCRATE TESTO GRECO NOTE LATINO 1921 ...

lunedì 27 dicembre 2021

Diario della pandemia. Natale'21 .Segue Giorgio Agamben, Intervento al convegno degli studenti veneziani l’11 novembre 2021 a Ca’ Sagredo - .

 

"Essi (gli esseri umani) muoiono in serie sulle strade, ad ogni epidemia d'influenza, ad ogni ondata di caldo, ad ogni errore di coloro che falsificano i loro alimenti, ad ogni innovazione tecnica che profitta ai vari imprenditori di un paesaggio urbano di cui sono i primi a fare le spese. Le loro provate condizioni di esistenza determinano la loro degenerazione fisica, intellettuale, mentale. Si parla loro sempre come a dei bambini obbedienti, a cui basta dire: “bisogna", perché siano disposti a crederlo. Ma soprattutto li si tratta come dei bambini stupidi, di fronte ai quali balbettano e delirano decine di specializzazioni paternaliste, improvvisate il giorno prima, che possono far lor ammettere qualsiasi cosa in qualunque modo gliela dicano; e così pure il contrario l'indomani. "

  Guy Debord, Panégyrique, tome premier, Gallimard, 1993 (prima ed.1989), p.25.

A quasi due anni di distanza dalla dichiarazione dello stato di emergenza causata della pandemia, e ormai in prossimità del terzo, le domande poste agli inizi dalla parte d’umanità in cui insorsero dubbi su origini, trattamento e uso ecc. del fenomeno ,si continuano a riproporre .
In quel tragico frangente, nel panico iniziale per i molti decessi, e nell’insufficienza degli apparati sanitari, vennero poste varie misure che in si dovevano ritenere necessarie, ma anche altre che apparvero immediatamente come segnale di un soprassalto degli organi di potere governativo in sospensione di libertà umane naturali, primarie. E' necessità data dai fatti, che sempre, di fronte a calamità, gli organi del potere debbano imporre norme più stringenti, malinconico segno dell'impossibilità di certo progresso, e chiara dimostrazione di sfiducia nelle capacità di autogestione da parte popolare?
Come esempio, la proibizione con sanzioni di movimenti anche strettamente individuali, in spazi solitari o in proprietà private, apparve quell’eccesso dell’ordine e della cautela che indiscutibilmente si rilevava come inquietante, rispetto alla democrazia e alla legge, come ipotizzarono fin dai primi momenti alcuni soggetti,
Dopo la primavera del ’20,con l’inizio dell’estate, ci si augurava che, come nei cicli normali stagionali, il contagio si andasse spegnendo. Bastò un mese o poco più, trascorso luglio , per revocare la speranza, già a metà agosto l’allarme tornava, rimanendo larvato durante la fine estate-inizio autunno, per poi riesplodere completamente da metà ottobre fino al maggio successivo. L’umanità veniva ricondotta a norme di clausura e controllo solo molto parzialmente ridotte rispetto alla prima fase della pandemia.
Con la fine inverno- primavera del’21 , nuovo ottimismo veniva infuso dalla disponibilità e somministrazione dei vaccini.
Si manifestava come conseguenza anche la dissidenza no vax, espressa da coloro che avevano fin dall’inizio negato la necessità dell’allarme rosso o percepito il progetto di un complotto di poteri dominanti, economici e sottintesi politici, ai fini di un controllo ancor più incrementato degli esseri umani e delle società, per disporne più arbitrariamente. .
L’estate è trascorsa con un senso di maggiore serenità, nella speranza che l’incremento delle vaccinazioni contrastasse in forma robusta la circolazione del contagio.
Il documento vaccinale, pur contestato da certa opinione, poteva essere anche visto come un passo importante verso una nuova normalizzazione, più sotto controllo da vari punti di vista, di segno positivo o negativo. 
Questa condizione di relativo ritorno alla normalità, rispetto al’20, si è protratta nel tempo dell’autunno di appena un mese o poco più rispetto al precedente (metà ottobre’20,metà novembre ’21), ed è poi tornato l’allarme ,dalle vaccinate Austria e Germania e non vaccinati Paesi dell’est, al Regno Unito.
Sembrava resistesse, nei maggiormente vaccinati Paesi sud-occidentali d’Europa, il baluardo del green pass, nel frattempo sostenuto dalla 3°dose per gli anziani
E’ stata dal Portogallo, questa volta, ad essere partita la pressione restrittiva, a fine novembre con l’obbligo del test in entrata anche per provenienti da Paesi dell’Ue, sia pur muniti di supergreenpass.
L’eccezione lusitana pareva isolata rispetto alle regole UE, finché anche il governo italiano, a metà dicembre introduceva le medesime misure, seguito da quello greco.
Rispetto alla fine anno’20 i governi hanno limato le restrizioni interne , varie delle quali sono superabili se muniti del green pass. Almeno fino ad oggi (27 dicembre)
Ma se fino a una decina di giorni fa, prendendo l’esempio italiano, il green pass funzionava da garanzia di riassicurate libertà più importanti, esso oggi ha perso di consistenza, quando la norma stabilisce che italiani in viaggio all’estero non possano rientrare in Patria, alla propria abitazione!! sia pur dotati di green pass,se non assicurati da un test negativo prodotto nello stato di partenza, anche se non presentassero sintomi, né disturbi, semplicemente perché positivi al tampone.
Questo cambiare repentinamente le regole in corso, senza mediazioni, rileva l’arbitrarietà di cui possono oggi disporre i governi nello stato di eccezione, che rischia di diventare la nuova regola permanente. Fino a privare cittadini del diritto al rientro in Patria, nelle proprie abitazioni, anche se palesemente in buona salute.
Pongo l’accento su questo fatto perché, così come la proibizione di accedere a proprietà private durante la fase del’20, oggi rimossa, ora questa imposizione appare gravemente lesiva delle libertà personali e universali di movimento. Un conto è chi si trovi in condizioni visibili di malattia e abbia diritto a cure sul posto; altro chi in stato di sanità, semplicemente reso incerto documentalmente da un test, si trovi il dovere di venir recluso per almeno una settimana, in terra straniera e con spese a carico.
Mi sembra questo un paradossale rovesciamento: che di fronte alla malattia, al diritto alla salute venga sovrapposto il dovere  .
E consideriamo anche questo aspetto. Che ciò avviene con più pesante misura oltreché in Austria e Svizzera e altri Paesi più rinserrati ,in Portogallo, Italia, Grecia, Paesi che dimostrano di aver dimenticato governi dittatoriali più o meno recenti. Perché Spagna, Francia e la stessa Germania, dov'è evidentemente più sentita democrazia, maggior importanza della popolazione, al momento ancora sostengono nel senso indicato la validità del green pass. (es. “Chiunque entri in Germania indipendentemente dal Paese di provenienza e dal mezzo di trasporto utilizzato, deve disporre, prima dell'ingresso o dell'imbarco, di una documentazione che dimostri di essere vaccinato, guarito o di esser risultato negativo ad un tampone antigenico o molecolare ”). La Germania ha introdotto dal 2 dicembre, quando i nuovi casi giornalieri erano oltre 74 mila, un lockdown per i non vaccinati, procedendo in modo diretto verso questa soluzione e traendone al momento beneficio in termini di recessione dei numeri dei contagiati. E ancora, 30 dicembre: Per chi entra in Germania da una zona ad alto rischio, se non completamente vaccinato o guarito è necessario osservare un periodo di quarantena a proprie spese per almeno dieci giorni dopo l'ingresso."
E'questo"o"trasformato in "e" dai governi portoghese,italiano,greco ecc. il "se non" annullato, a darci la misura della maggiore costrizione, in contraddizione con le stesse campagne promozionali delle vaccinazioni. L' ottativo, l"o"pzione viene soppressa e sostituita con una aggiunta di obblighi.
Pare machiavellico che questi governi mediterranei motivino la loro decisione sulla scorta di questa logica per altro indiscutibile : il vaccinato , più dosi ha preso, meno rischia; ma : può essere portatore asintomatico e contagiare ,magari in modo grave i non vaccinati benché muniti di test negativo (perché costoro ne hanno comunque l'obbligo, non disponendo di green pass).
Così questi governi decidono di non limitare del tutto la libertà di movimento di chi non voglia vaccinarsi, piuttosto che assicurarla meglio a chi ha preso il vaccino!
Così, dopo tanto aver denigrato i no vax, per la salvaguardia della loro salute l’Istituzione sottopone a maggior sacrificio i vaccinati. I saggi e obbedienti debbono sacrificarsi a pro dei renitenti.!! Nella logica tipica del "divide et impera", questi governi dimostrano di temere la la dissidenza no vax.
Un modo assai ambiguo di promuovere la vaccinazione, com’è stato fatto notare da molti e dalla stessa UE.
Per decine e decine d'anni persone influenzate o con raffreddore hanno socializzato, viaggiato e certo contagiato. E l'attuale fase parrebbe non essere più quella terrifica della fine inverno'20,o degli inizi '21.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità nove pazienti su dieci hanno disturbi comuni alle normali influenze stagionali , sintomi per lo più lievi, riconducibili al decorso delle normali influenze. Una conferma arriva dal progetto inglese «Zoe Covid», che rileva queste condizioni non più gravi. Ma intanto, il fenomeno del momento è il caos dei tamponi, imposti in quantità tale da non essere più gestibili dagli enti preposti, obbligando gli sfortunati incorsi in semplice sospetto di relazione con il contagio a code di lunga durata anche all'aperto , e immaginiamo, con temperature basse, quanto questo giovi alla salute!
Significa allora che in futuro, ad ogni inverno, all’arrivo dell’influenza stagionale, di qualsiasi ceppo sia, saremo costretti a questa campagna allarmistica, terroristica e a tutte le limitazioni ora imposte? O non sarebbe più sensato adottare misure di riguardo e protezione stabili, quali sono da secoli invalse, o magari recentemente introdotte, come la maschera, i l distanziamento, secondo il comune buon senso?
Vogliamo stare più assicurati di salute (….?) , ma costretti a forme di clausura e impedimento ,o vogliamo provare che vaccinati si possono evitare forme gravi e trascorrere caso mai lo stato di una semplice influenza di pochi giorni di disturbo, come sta avvenendo ora alla maggior parte dei contagiati ? Credo che si dovrebbe essere un po' più liberi di scegliere. E 'invece questa indotta carenza di libertà che suscita l'idea di una dittatura sanitaria del CTS all'interno dei governi. Che invece dovrebbero essere sospinti a rinforzare possentemente le strutture sanitarie! Prendendo le risorse monetarie laddove eccedono, visibilmente nei redditi dichiarati o non.
Nazionalismo, protezionismo, sfiorando la xenofobia, la comunità di regole UE disdetta: questa la politica di Stati che si dimostrano deboli facendo i forti con i propri cittadini: Portogallo, Italia, Grecia, ecc.. Ci si domanda, che senso aveva (ed avrebbe ora) quando i governi italiani si univano (e si uniscono) alla critica comune rispetto alle scelte nazionaliste di Polonia e Ungheria anti migranti? Forse che , ragionando secondo i termini di chi vieta dicendo di farlo per necessità di causa, questi Paesi a loro volta deboli, con strutture inadeguate all’accoglienza, non presentano problemi simili a quelli che Portogallo, Italia e Grecia denotano oggi nel campo della Sanità, delle strutture ospedaliere interne? E che quindi operano per difendere i propri spazi e cittadini, come sostiene ora il governo italiano, insieme a quello portoghese, greco , svizzero ?
In relazione all'entrata dall'estero, anche Ue, in un Paese, la validità del greenpass, sostenuta ancora da Spagna, Francia, Germania ecc. è stata di fatto minimizzata da queste misure introdotte in vari Stati europei. L'Ue ha stigmatizzato queste disposizioni, perché sminuiscono il potere del documento e limitano per i l secondo anno consecutivo molte libertà. La perplessità rimane questa: se per non far circolare il virus non si debba permettere più agli uomini di circolare con una cosciente libertà.
Non si vogliono minimizzare i problemi. Non discutere la criticità. Ma se lo si fa, lo sia da un lato, come dall’altro. Ciò che si critica è l’eccesso, fra l’altro la dispoticità nel cambio di regole che soprattutto il ministero della salute e il governo italiano han dimostrato in questa fase. Propinare un’affermazione e di colpo negarla, mantenendo la medesima “allure” di autorità, di chi sa cosa si debba fare oggi (perché ieri affermava che si doveva fare diversamente, e non sa cosa affermerà domani).Senza cercare soluzioni più moderate, sfumate, intermedie, mediazioni; possibilità che permettano scelte meno limitate da parte dei cittadini, quelle che siano certamente coscienti e di cui questo governi dimostrano di non avere fiducia, palesando il senso di distacco delle caste politiche rispetto alla popolazione. Ci sarà certo chi in perfetto stile italiano alla Totò, può fingere di vaccinarsi con il braccio al silicone o l'ovatta interposta all'iniezione, chi falsificherà qualche documento. Ma continuando a fare di quest'erba un intero fascio, si offende la coscienza civica della maggioranza, in grado di adottare misure personali adeguate.
.Parte delle analisi scientifico-mediche e di quelle politico-economiche mantengono previsioni cupe, cupa è la sostanza di cui son fatte. La loro lingua l'imprigiona e imprigiona l'umanità, perché chi è prigioniero vuole prigionieri gli altri. Sta a noi, come natura nella natura, e come ciò che è bontà nell'essere umano, riaffermare la vita nel tempo che viene...un'altra lingua umana.
E’ di questi temi che il pensiero di Agamben ha trattato fin dal marzo del’20 e l’intervento recente presso gli studenti veneziani prosegue su questa strada. In quanto al greenpass, personalmente ne auspico la validità totale liberatoria, che era la premessa iniziale dell'operazione, su cui ora i governi citati hanno fatto un passo indietro, ma in funzione illibertaria.

 

 

Intervento al convegno degli studenti veneziani  l’11 novembre 2021 a Ca’ Sagredo 

Vorrei riprendere, per cominciare, alcuni punti che avevo provato a fissare qualche giorno fa per cercare di definire la trasformazione surrettizia, ma non per questo meno radicale, che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Credo che dobbiamo innanzitutto renderci conto che l’ordine giuridico e politico in cui credevamo di vivere è completamente mutato. L’operatore di questa trasformazione è stato, com’è evidente, quella zona di indifferenza fra il diritto e la politica che è lo stato di emergenza. 
Quasi vent’anni fa, in un libro che cercava di fornire una teoria dello stato di eccezione, avevo costatato che lo stato di eccezione stava diventando il sistema normale di governo. Come sapete, lo stato di eccezione è uno spazio di sospensione della legge, quindi uno spazio anomico, che si pretende però incluso nell’ordinamento giuridico. 
Ma guardiamo meglio che cosa avviene nello stato di eccezione. Dal punto di vista tecnico, si ha una separazione della forza-di-legge dalla legge in senso formale. Lo stato di eccezione definisce, cioè, uno “stato della legge” in cui da una parte la legge teoricamente vige, ma non ha forza, non si applica, è sospesa e dall’altra provvedimenti e misure che non hanno valore di legge ne acquistano la forza. Si potrebbe dire che, al limite, la posta in gioco nello stato di eccezione è una forza-di-legge fluttuante senza la legge. Comunque si definisca questa situazione – sia che si considera lo stato di eccezione come interno o che lo si qualifichi invece come esterno all’ordine giuridico – in ogni caso essa si traduce in una sorta di eclissi della legge, in cui, come in un’eclissi astronomica, essa permane, ma non emana più la sua luce. 
La prima conseguenza è il venir meno di quel principio fondamentale che è la certezza del diritto. Se lo Stato, invece di dare disciplina normativa ad un fenomeno, interviene grazie all’emergenza, sul quel fenomeno ogni 15 giorni o ogni mese, quel fenomeno non risponde più ad un principio di legalità, poiché il principio di legalità consiste nel fatto che lo Stato dà la legge e i cittadini confidano su quella legge e sulla sua stabilità. 
Questa cancellazione della certezza del diritto è il primo fatto che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, perché esso implica una mutazione radicale non solo del nostro rapporto con l’ordine giuridico, ma nel nostro stesso modo di vivere, perché si tratta di vivere in uno stato di illegalità normalizzata. 
Al paradigma della legge si sostituisce quello di clausole e formule vaghe, come “stato di necessità”, “sicurezza”, “ordine pubblico”, che essendo in sé indeterminate hanno bisogno che qualcuno intervenga a determinarle. Noi non abbiamo più a che fare con una legge o con una costituzione, ma con una forza-di-legge fluttuante che può essere assunta, come vediamo oggi, da commissioni e individui, medici o esperti del tutto estranei all’ordinamento.

Credo che ci si trovi davanti a una forma di cosiddetto stato duale – attraverso il quale Ernst Fraenkel, in un libro del 1941 che bisognerebbe rileggere, ha cercato di spiegare lo stato nazista – che è tecnicamente uno stato in cui lo stato di eccezione non è stato mai revocato. Lo stato duale è uno stato in cui allo stato normativo (Normenstaat) si affianca uno stato discrezionale (Massnahmestaat, uno stato delle misure) e il governo degli uomini e delle cose è opera della loro ambigua collaborazione. Una frase di Fraenkel è significativa in questa prospettiva: «Per la sua salvezza il capitalismo tedesco necessitava non di uno stato unitario ma di un doppio Stato, arbitrario nella dimensione politica e razionale in quella economica». 
È nella discendenza di questo stato duale che si deve situare un fenomeno la cui importanza non potrebbe essere sottovalutata e che riguarda il mutamento della figura stessa dello Stato che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Intendo riferirmi a quello che i politologi americani chiamano The administrative State, lo Stato amministrativo e che ha trovato nel libro recente di Sunstein e Vermeule la sua teorizzazione (C. Sunstein e A. Vermeule, Law and Leviathan, Redeeming the Administrative State). Si tratta di un modello di Stato in cui la governance, l’esercizio del governo, eccede la tradizionale ripartizione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e agenzie non previste nella costituzione esercitano in nome dell’amministrazione e in modo discrezionale funzioni e poteri che spettavano ai tre soggetti costituzionalmente competenti. Si tratta di un sorta di Leviatano puramente amministrativo, che è supposto agire nell’interesse della collettività, anche trasgredendo il dettato della legge e della costituzione, allo scopo di assicurare e guidare non la libera scelta dei cittadini, ma quella che Sunstein chiama la navigabilità – cioè in realtà la governabilità – delle loro scelte. È quanto oggi sta avvenendo in maniera fin troppo evidente, quando vediamo che il potere decisionale viene esercitato da commissioni e soggetti (i medici, gli economisti e gli esperti) del tutto esterni ai poteri costituzionali. 
Attraverso queste procedure fattuali la costituzione viene alterata in modo ben più sostanziale di quanto avvenga attraverso il potere di revisione previsto dai costituenti, fino a diventare, come diceva un discepolo di Marx, un Papier Stück, soltanto un pezzo di carta. Ed è certo significativo che queste trasformazioni si modellino sulla struttura duale della governance nazista e che sia forse il concetto stesso di “governo”, di una politica come “cibernetica” o arte del governo che occorra mettere in questione.

È stato detto che lo stato moderno vive di presupposti che non può garantire. È possibile che la situazione che ho cercato di descrivervi sia la forma in cui questa assenza di garanzie ha raggiunto la sua massa critica e che lo stato moderno, rinunciando com’è oggi evidente a garantire i suoi presupposti, sia giunto alla fine della sua storia ed è questa fine che stiamo forse vivendo. 
Credo che ogni discussione su che cosa possiamo o dobbiamo fare debba oggi partire dalla costatazione che la civiltà in cui viviamo è ormai crollata – o, meglio, visto che si tratta di una società basata sulla finanza – ha fatto bancarotta. Che la nostra cultura fosse sulla soglia di una generale bancarotta era ormai evidente da decenni e le menti più lucide del Novecento lo avevano diagnosticato senza riserve. Non posso non ricordare con quanta forza e con quanto sgomento Pasolini e Elsa Morante, in quegli anni Sessanta che ora ci sembrano tanto migliori del presente, denunciavano l’inumanità e la barbarie che vedevano crescere intorno a loro. A noi tocca oggi l’esperienza – non certo piacevole, ma forse più vera delle precedenti – di esser non più sulla soglia, ma dentro questa bancarotta intellettuale, etica, religiosa, giuridica, politica e economica, nella forma estrema che essa è andata assumendo: lo stato di eccezione invece della legge, l’informazione invece della verità, la salute invece della salvezza e la medicina invece della religione, la tecnica invece della politica.

Che cosa fare in una simile situazione? Sul piano individuale, certo, continuare nella misura del possibile a far bene quel che si cercava di fare bene, anche se non sembra esserci più alcun motivo per farlo, anzi proprio per questo continuare. Non credo però che questo basti. Hannah Arendt, in una riflessione che non possiamo non sentire vicina, perché s’intitolava On humanity in dark times, si chiedeva «in che misura restiamo obbligati rispetto al mondo e alla sfera pubblica anche quando ne siamo stati espulsi (era quello che era accaduto agli ebrei nel suo tempo) o abbiamo dovuto ritirarci da essi (come chi aveva scelto quella che con un’espressione paradossale si chiamava nella Germania nazista “emigrazione interna”)». 
Credo che sia importante oggi non dimenticare che se ci veniamo a trovare in una condizione simile è perché siamo stati costretti, e che quindi si tratta di una scelta che resta in ogni caso politica, anche se sembra collocarsi fuori dal mondo. Arendt indicava l’amicizia come il possibile fondamento per una politica in tempi oscuri. Credo che l’indicazione sia giusta, a patto di ricordare che l’amicizia – cioè il fatto di sentire una alterità nella nostra stessa esperienza di esistere – sia una sorta di minimum politico, una soglia che insieme unisce e divide l’individuo dalla comunità. Cioè a patto di ricordare che si tratta di nulla di meno che di provare a costituire ovunque una società o una comunità nella società. Cioè, di fronte alla depoliticizzazione crescente degli individui, ritrovare nell’amicizia il principio radicale di una rinnovata politicizzazione. 
Mi sembra che voi studenti avete cominciato a farlo, creando la vostra associazione. Ma dovete estenderlo sempre più, perché da questo dipenderà la stessa possibilità di vivere in modo umano.

Vorrei, per concludere, rivolgermi agli studenti che sono qui presenti e che mi hanno invitato oggi a parlare. Vorrei ricordarvi qualcosa che dovrebbe essere alla base di ogni studio universitario e di cui invece nell’università non si fa parola. Prima di abitare in un paese e in uno stato, gli uomini hanno la loro dimora vitale in una lingua e credo che solo se saremo capaci di indagare e di comprendere come questa dimora vitale sia stata manipolata e trasformata potremo capire come siano potute avvenire le trasformazioni politiche e giuridiche che abbiamo davanti ai nostri occhi. 
L’ipotesi che intendo suggerirvi è, cioè, che la trasformazione del rapporto con la lingua è la condizione di tutte le altre trasformazioni della società. E se non ce ne rendiamo conto è perché la lingua per definizione resta nascosta in ciò che nomina e ci dà a comprendere. Come ha detto una volta uno psicoanalista che era anche un po’ filosofo: «che si dica resta dimenticato in ciò che s’intende di ciò che si dice». 
Noi siamo abituati a guardare alla modernità come a quel processo storico che comincia con la rivoluzione industriale in Inghilterra e con la rivoluzione politica in Francia, ma non ci chiediamo quale rivoluzione nel rapporto degli uomini con la lingua ha reso possibile questa che Polanyi chiamava la Grande Trasformazione. 
È certamente significativo che le rivoluzioni da cui è nata la modernità siano state accompagnate se non precedute da una problematizzazione della ragione, cioè di ciò che definisce l’uomo come animale parlante. Ratio viene da reor, che significa «contare, calcolare, ma anche parlare nel senso di rationem reddere, dar conto». Il sogno della ragione, divenuta una dea, coincide con una «razionalizzazione» della lingua e dell’esperienza del linguaggio che permetta di dar conto e di governare integralmente la natura e, insieme, la vita degli esseri umani. 
E che cos’è quella che oggi chiamiamo scienza, se non una pratica del linguaggio che tende a eliminare nel parlante ogni esperienza etica, poetica e filosofica della parola per trasformare la lingua in uno strumento neutrale per scambiare informazioni? Se la scienza non potrà mai rispondere al nostro bisogno di felicità, è perché essa presuppone in ultima analisi non un essere parlante, ma un corpo biologico come tale muto. E come dev’essersi trasformato il rapporto del parlante con la sua lingua, perché possa venir meno, come oggi sta avvenendo, la stessa possibilità di distinguere la verità dalla menzogna? Se oggi medici, giuristi, scienziati accettano un discorso che rinuncia a porsi domande sulla verità, ciò è forse perché – quando non sono stati pagati per farlo – nella loro lingua non potevano più pensare – cioè tenere in sospeso (pensare viene da pendere) – ma soltanto calcolare. 
In quel capolavoro dell’etica del Novecento che è il libro di Hannah Arendt su Eichmann, Arendt osserva che Eichmann era un uomo perfettamente raziocinante, ma che era incapace di pensare, cioè di interrompere il flusso del discorso che dominava la sua mente e che non poteva mettere in questione, ma solo eseguire come un ordine. 
Il primo compito che ci sta di fronte è allora quello di ritrovare un rapporto sorgivo e quasi dialettale, cioè poetico e pensante con la nostra lingua. Solo in questo modo potremo uscire dal vicolo cieco che l’umanità sembra aver imboccato e che la porterà verisimilmente all’estinzione – se non fisica, almeno etica e politica. Ritrovare il pensiero come un dialetto impossibile da formalizzare e da formattare.

 

 

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