I giovani, protagonisti del mondo che cambia
È drammatico il dato sulla disoccupazione giovanile nel nostro Paese. Un
giovane su tre, fra chi ne avrebbe le potenzialità, è senza lavoro, con prospettive
incerte anche sull'immediato avvenire. Impegnarsi per creare opportunità ai
giovani è compito prioritario nell'agenda delle cose da fare, come ha
riconosciuto con chiarezza il presidente Monti. Il governo dovrà certo fare la
sua parte, ma sarebbe illusorio pensare che il problema si risolva unicamente
dall'alto.
Mai come in questo campo si richiede una sinergia ampia e convinta, dalle
famiglie alla scuola, dalla società civile alla comunità ecclesiale, dalle
imprese ai sindacati, dalle amministrazioni locali alle agenzie che operano sul
territorio al servizio del bene comune. È importante, però, che i primi
protagonisti di questo sforzo corale siano proprio i giovani.
Come? Vorrei rispondere a questa domanda partendo da un'immagine biblica,
tratta dal libro dei Numeri (cap. 13), dove si narra degli esploratori mandati
da Mosè a visitare la terra promessa. Ritornando, essi portano il grappolo
d'uva, il melograno e il fico e, nel raccontare quello che hanno visto,
trasmettono una tale, convinta emozione, che tutto il popolo decide di
affrontare il rischio di entrare in una terra dove abitano i giganti. È
l'immagine di quello che dovrebbero fare i giovani di fronte alle sfide della
crisi in atto. Come gli esploratori, i giovani non sono i capi del popolo, non
sono Mosè, né Aronne; essi non sono neanche i sacerdoti o i leviti, e neppure
la grande massa costituita dalle famiglie, dagli anziani, dai bambini. I
giovani sono per loro natura gli esploratori, mandati a scoprire il futuro di
tutti. Chi entrerà nella terra promessa, chi la vedrà e la farà sua? Chi ne
intuisce già i tratti, ne avverte il sapore e il profumo? Sono i giovani. In
questo senso, aveva ragione Giovanni Paolo II nel dire che sono loro le
sentinelle del mattino, che annunciano con i loro sogni e le loro attese il
giorno che verrà. Sono loro i primi destinatari di quel sì di Dio al mondo, di
cui parla spesso Benedetto XVI. I giovani anticipano il futuro, ce lo fanno
assaggiare. Ecco perché un adulto che abbia perso il contatto coi giovani diventa
presto vecchio; e chi è rimasto a contatto con loro conserva una carica
stupefacente di giovinezza e di speranza.
Mi chiedo, allora, quali caratteristiche dovranno avere questi esploratori
della terra promessa. Come agli inviati del libro dei Numeri, è chiesto ai
giovani di raccontare un mondo ai più sconosciuto: essi devono essere dei
narratori. Narrare non significa aver capito tutto, voler spiegare tutto,
descrivere ogni dettaglio. Narrare vuol dire comunicare un'esperienza vissuta
in maniera così intensa da risultare contagiosa di futuro. È questo che mi
aspetto dai giovani: che aiutino tutti noi a conoscere, attraverso i loro
racconti - che sono i loro "sogni diurni", le loro attese e speranze
- un mondo che per tanti aspetti non conosciamo, quello che condividono ogni
giorno nelle scuole, negli ambienti di vita, con i loro amici, con quanti sanno
dialogare con loro. Da questo mondo ci separa spesso una distanza, che ci rende
difficile capirlo. È evidente, peraltro, che non si può imparare la lingua
degli altri senza conoscerli. Chi conosce la lingua dei giovani, chi sta
esplorando il mondo che deve venire, sono anzitutto loro, i giovani stessi.
Perciò, noi adulti abbiamo bisogno di loro, perché senza di loro non potremo
parlare al futuro; è grazie a loro, se accettano di coinvolgersi nell'avventura
di sognare insieme e di organizzare la speranza, che anche noi potremo parlare
al domani e costruirlo con loro. Il mio appello è allora a coinvolgere i
giovani nello sforzo creativo del progetto, necessario ad aprire le vie del
domani di tutti. Gli organismi di partecipazione (ad esempio scolastica) sono
importanti, ma non bastano. Occorre un livello ulteriore di ascolto e di
condivisione.
Oltre a essere i narratori della speranza, i giovani, come gli esploratori
della terra di Canaan, sono chiamati a considerare lucidamente il desiderio e
le sfide della conquista. Quando presentano il melograno, il fico e l'asta con
i grappoli d'uva, gli esploratori lo fanno per dire: «Guardate che bello,
questi sono i frutti della terra promessa», una terra di cui si sono
innamorati. Essi descrivono qualcosa per cui vale la pena di rischiare. Vorrei
chiedere allora ai giovani: non narrateci l'ovvio, lo scontato; narrateci,
invece, quello che nella vita vi fa sognare. Narrateci le vostre speranze, i
vostri desideri; siate i trasmettitori di un'esperienza che solo l'amore
dischiude, perché solo se si guarda con amore la terra della promessa di Dio,
si può anche vedere il grappolo d'uva e il melograno e il fico. Aiutateci a sognare
con voi un sogno anche arduo, ma possibile! Proprio per questo, come fecero gli
esploratori della terra promessa, non tacete a voi stessi e agli altri le
difficoltà dell'impresa. Il vostro sogno sia a occhi aperti, tanto da risultare
interprete lucido e razionale della realtà! Bisogna scommettere sulle capacità
dei giovani: ad essi non dobbiamo solo chiedere di trasmetterci un'emozione, ma
anche di aiutarci a pensare, di proporci delle sfide, di farci valutare senza
ambiguità le difficoltà dell'impresa. Nella terra promessa ci sono i giganti,
le grandi agenzie che puntano solo al profitto e non esitano a scarificare ad
esso i più deboli, a cominciare dai giovani! Non si può, né si deve tacere
sulle difficoltà, le sfide, le prove che vanno affrontate. Amare i giovani
significa chiedere loro sacrifici sensati, impegnarli a prepararsi, a studiare,
a esercitarsi nel dono di sé. Guai a stimolarli solo a fare bella figura, ad
apparire! I giovani vanno educati e devono educarsi a capire i problemi, a
esaminarli e ad affrontarli insieme con gli altri, a lavorare sodo per
superarli.